di Giorgio Luti 
Una prima osservazione può riguardare la particolare connotazione del “monologo interiore” nell’opera di Italo Svevo. Se conveniamo che a partire dalla Coscienza di Zeno l’opera di Svevo si connota fondamentalmente come un nevrotico agglomerato monologante, come un costante ed ineliminabile flusso diagnostico che non prevede alternative, si dovrà anche constatare l’avvenuto superamento della
“ambiguità” di tipo pirandelliano; alle spalle è definitivamente lasciata la tecnica contrappositiva, in quanto è definitivamente risolto il dualismo attore-personaggio che aveva tormentato Pirandello lungo tutto il corso della sua attività. Il “doppio” non esiste più, sostituito com’è dalla perfetta aderenza tra maschera e volto, tra realtà e spazio della coscienza. Ne consegue che il modulo monologante subisca – ed era inevitabile – una profonda trasformazione. Se ne rese conto molti anni fa Giacomo Devoto, quando parlando del rapporto tra indiretto libero e discorso diretto affermava che per Svevo la differenza non esisteva più in quanto il discorso diretto era solo apparente, trasformato com’era nella ‘traduzione in forma diretta di pensieri che all’analisi di Svevo non apparivano ormai se non intellettualizzati, allungati e sciolti nei loro elementi costitutivi’. Continua a leggere