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Un romanzo, una storia vera

Storia di una capinera

Come dovrebbe essere scritta un’analisi interpretativa del primo romanzo di Verga: quello di apertura alla sua carriera letteraria (pubblicato nel 1871)? Come dovrebbe essere presentato un romanzo tra i più importanti e significativi, seppur meno conosciuti, dell’Ottocento?

Dal momento che l’opera potrebbe essere considerata padre e madre del romanzo moderno, di prassi andrebbe scritto un canonico, cattedratico breve riassunto introduttivo e poi un commento stilistico, preciso e sistematico.

… Ma Storia di una capinera non può essere spiegato. Non può essere “detto”. Deve essere sentito, e con l’anima.

Il dolore della Capinera

Avevo visto una capinera chiusa in gabbia: era timida, triste, malaticcia ci guardava con occhio spaventato; si rifuggiva in un angolo della sua gabbia, e allorché udiva il canto allegro degli altri uccelletti che cinguettavano sul verde del prato o nell’azzurro del cielo, li seguiva con uno sguardo che avrebbe potuto dirsi pieno di lagrime. Ma non osava ribellarsi…”.

(Vero. Non avrebbe mai osato ribellarsi né spezzare i fili che la tenevano ingabbiata, pur di non deludere la sua famiglia …)

Inizia così questo piccolo romanzo, e il lettore non capisce di chi o di cosa l’autore narri… l’immagine iniziale è quella di una capinera, cioè un passerotto grigio con il capo nero (nell’esemplare maschio, la femmina lo ha marrone), ma lì per lì non si capisce cosa c’entri, un uccellino morente all’inizio di un romanzo, non ci si trova davanti un classico incipit narrativo.

L’incipit di questo delicatissimo romanzo come il proemio dell’Iliade? contenuto e volontà autoriale espressi in poche righe, criptiche ed essenziali, ma assolutamente esaustive. Significativo.

È nel secondo capitolo che si scopre la forma epistolare del romanzo, lettere che Maria scrive alla sua adorata amica Marianna, muta interlocutrice per tutta la narrazione. E il lettore inizia a conoscere l’anima candida e leggera di una giovane donna piena di positività e assolutamente fiduciosa in chi ama e da cui ingenuamente si autoconvince di essere amata.

E allora che c’entra la capinera? Verga mette in allerta il lettore di quella che sarà la storia di Maria, già dall’incipit, senza illuderlo: la Capinera (Maria) era timida, triste, malaticcia…; di sé, a Marianna, dice: – Ho quasi venti anni! … – Lei è una bimba quando perde la mamma per una malattia e il padre si risposa con una donna molto più ricca, con due figli avuti da un precedente matrimonio. Maria ha sette anni e dalla donna che vuole mantenere solo i suoi figli naturali, è considerata un problema, così viene obbligata a vivere in convento e avviata alla vita monacale. Da sola, a sette anni.  Privata di affetti, soprattutto quello del padre che lei ama e giustifica anche nell’abbandono e diventata grande, la Capinera (Maria)  guardava con occhio spaventato il mondo fuori dal convento, quel mondo che lei guarda al di fuori delle grate. Attraverso gli occhi e i sentimenti repressi della ragazza il lettore viene catapultato in un Sud già storicamente appartenente ad una Italia Unita, ma che vive le sue dinamiche sociali in profonda frattura con il resto della nazione. Un Sud che mostra la violenza e l’arroganza di una secolare assuefazione alla sopraffazione, con una mentalità saccente e insensibile che non solo non si mette in discussione, ma che non ha alcuna ha intenzione di adeguarsi a quella modernità alla quale la storia la sta accostando.

Le prime lettere nelle quali la giovane racconta a Marianna la sua allegria e la sua felicità per essere rientrata in casa dalla famiglia a causa dell’epidemia di colera, sono canto allegro che via via nel corso di pochi mesi si spegnerà, per risollevarsi saltuariamente nel tentativo estenuante di mantenere la positività e la carica affettiva che la caratterizza all’inizio della storia.

Ma qual è la storia di Maria?

Quella di sempre, quella di ieri e di oggi. Una storia di sopraffazione della società patriarcale; di manipolazione, di vuoti affettivi, di egoismi genitoriali che diventano sabbie mobili per le anime gentili.

Dalla sua condizione di “eletta” (così le viene presentata la vita del convento) la Capinera udiva il canto allegro degli altri uccelletti che cinguettavano sul verde del prato o nell’azzurro del cielo, li guardava con nostalgia e, li seguiva con uno sguardo che avrebbe potuto dirsi pieno di lagrime.

Ma chi sarebbero gli altri uccelletti? I fratellastri, Giuditta e il piccolo Gigi. Lei fanatica e privilegiata in una stanza da letto grandissima e piena di vestiti, lui dispettoso, ma amatissimo.

Eppure, le parole di Maria nel suo racconto sui suoi fratelli adottivi non hanno mai un tono di rimprovero né  nei loro confronti, né verso chi li ama più di quanto ami lei. Sono le sue stesse parole a convincerci della reale necessità, per la “povera” sorellastra, di avere spazi adeguati per curare il suo aspetto; e allo stesso tempo ci raggela l’attitudine di Maria a mettersi da parte per fare spazio agli altri; lei che trova normale, se non addirittura amorevole, il tugurio in cui lei stessa è costretta a dormire durante il soggiorno: “ Io occupo un amore di cameretta, capace appena del mio letto, un una bella finestra che dà sul castagneto. Giuditta, mia sorella, dorme in una bella camera grande, accanto alla mia, ma io non darei il mio scatolino, come la chiama celiando il babbo, per la sua bella camera; e poi ella ha bisogno di molto spazio per tutte le sue vesti e i suoi cappellini, mentre io, allorché ho piegato la mia tonaca su di una seggiola ai piedi del letto, ho fatto tutto…”

 Ha 31 anni Giovanni Verga quando racconta la storia di manipolazioni affettive, di abusi e di violenza psicologica con gli occhi di una ventenne che si affaccia al mondo.

Noi abitiamo una bella casetta posta sul pendio della collina, fra le vigne, al limite del castagneto. Una casetta piccina piccina, sai; ma così ariosa, allegra, ridente. Da tutte le porte, da tutte le finestre si vede la campagna, i monti, gli alberi, il cielo, e non già muri, quei tristi muri anneriti! […] gli uccelletti cinguettano tutto il santo giorno senza stancarsi mai. [.…] Ma la sera, quando dalla finestra ascolto lo stormire di tutte quelle fronde, […]  e ascolto quell’usignolo che gorgheggia lontano lontano, mi si popola la mente di tante fantasie, di tanti sogni, di tante dolcezze, che, se non avessi paura, aspetterei volentieri il giorno alla finestra.”

Come fosse una giovane anima femminile, egli racconta patemi, allegrie e malinconie, desideri e sogni di amori delicati. Ha 31 anni l’Autore, quando decide di raccontare la storia veramente accaduta di una giovane di Catania, lui che da Catania se ne era andato molto presto, e che scrive alla madre, durante la composizione del romanzo, per avere da lei precisazioni sulle abitudini e le tradizioni della società catanese.

Direi proprio una denuncia. Povero Verga, quante denunce e quanto poco ascolto, in una Italia che non era pronta a cambiare allora, così come non è pronta neanche oggi a fare ammenda della mentalità gretta e fuorviante, distorsiva della verità di una società che vede nel femminile un pericolo per la propria integrità!

Perché questo mio affetto verso Maria, metaforizzata con la breve vicenda di una capinera che alla fine dell’incipit viene trovata morta stecchita, seppur alimentata dai bimbi che la hanno in custodia?

Alla capinera viene offerto nutrimento, per mantenerla in gabbia, ma ciò che lei desidererebbe di più al mondo, ciò che la manterrebbe in vita, è la Libertà. L’amore dei bimbi che la hanno in custodia è AMORE NARCISISTICO. Come la capinera, Maria subisce l’inganno dell’amore autoriferito.

La protagonista subisce la finzione e la distorsione di un sentimento che lascia credere di essere amati ma che è solo finzione, atteggiamento. Per autoprotezione ella racconta a se stessa di essere amata dalla sua famiglia che invece, per lei manifesta solo la necessità narcisistica di possesso, di manipolazione e di controllo. Ma cosa accade quando una società tende all’abuso, interpretando come una debolezza la mitezza di un carattere autentico e la sua attitudine all’amore? Cosa accade quando questa manipolazione diventa comportamento sociale perpetrato da un genitore?

Accade che il figlio diventa terreno su cui il genitore impone l’affermazione del proprio sé narcisista.

Maria crolla sotto il peso della violenza psicologica di una società che normalizza l’abuso familiare e ne diventa succube.

La sua attitudine ad amare diventa errore.

Il suo terreno diventa sabbia mobile e da essa viene inghiottita.

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Anna di Niccolò Ammaniti: Recensione del Romanzo e della Serie TV

Era il 2018 quando lessi Anna di N. Ammaniti e verso la fine del 2019 uscì la serie televisiva omonima, targata Sky!

La divorai all’istante. Non fu apprezzatissima immediatamente, perché ancora troppo lontana dalla mentalità comune. Troppo catastrofica, forse. Nessuno poteva immaginare quanto quella storia, fosse anticipatrice della nuova epoca storica che da lì a poco sarebbe iniziata.

Nel 2020 scoppiò il Covid19. Perché anticipatrice? perché catastrofica?

Perché la Rossa è la malattia che stermina la popolazione. Della Sicilia? Del mondo? La Rossa rende improvvisamente l’uomo un Neanderthal dell’epoca moderna. La Rossa elimina la civiltà che regredisce insieme agli elementi che hanno fatto la sua stessa civilizzazione. Forza e civiltà caratterizzano l’Umanità, ma cosa succede se quest’ultima viene attaccata? Quanto veramente possiamo contare sulla Forza della nostra Civiltà?

Anna: un’eco in due mondi

Anna, la bambina che ha imparato a sopravvivere da sola in un mondo decimato dalla Rossa, risuona in due forme d’arte: la pagina scritta e lo schermo. Ammaniti, con la sua maestria, ha plasmato un personaggio che trascende i confini del romanzo, per trovare una nuova vita nella serie TV. Eppure, come due gemelle diverse, le due Anna condividono un’anima, ma si esprimono in linguaggi distinti.

La solitudine, un filo rosso

In entrambe le narrazioni, la solitudine di Anna è il fulcro attorno al quale ruota tutto. È un’orfana, un’emarginata, una guerriera solitaria in un mondo ostile. Ma se nel romanzo la sua solitudine è dipinta con pennellate più intime, nella serie TV essa si fa più evidente, amplificata dalle immagini e dalle musiche. La telecamera si sofferma sul suo sguardo, sui suoi gesti, isolandola in un paesaggio urbano desolato, sottolineando la sua condizione di bambina-donna, persa in un mondo adulto e crudele.

L’evoluzione del personaggio

In entrambi i casi, assistiamo alla crescita di Anna, alla sua trasformazione da bambina spaventata a giovane donna forte e determinata. Tuttavia, il percorso è diverso. Nel romanzo, la sua evoluzione è più graduale, interiore. Le sue riflessioni, i suoi ricordi, ci svelano le tappe del suo cambiamento. Nella serie TV, invece, l’evoluzione è più evidente, più spettacolare. Vediamo Anna affrontare sfide sempre più difficili, crescere fisicamente e psicologicamente sotto i nostri occhi.

L’ambientazione: un personaggio a sé

L’Italia post-Rossa è un personaggio a sé stante in entrambe le narrazioni. È un mondo in rovina, popolato da sopravvissuti che lottano per la sopravvivenza. Ma se nel romanzo l’ambientazione è descritta con dettagli minuziosi, creando un’atmosfera opprimente e claustrofobica, nella serie TV essa diventa uno scenario visivamente imponente, un luogo che incute timore e meraviglia allo stesso tempo.

Dialogo e immagini: due modi di raccontare

Nel romanzo, il dialogo è essenziale. Le parole di Anna, di Pietro, dei pochi altri personaggi, ci permettono di penetrare nella loro interiorità, di capire i loro pensieri e le loro emozioni. Nella serie TV, invece, sono le immagini a parlare. Gli sguardi, i gesti, i silenzi, trasmettono ciò che le parole non possono dire.

Le differenze e le affinità

Nonostante le differenze, entrambe le narrazioni riescono a trasmettere lo stesso senso di angoscia, di speranza, di meraviglia. Entrambe ci parlano della forza dell’animo umano, della capacità di resistere anche nelle situazioni più difficili. Entrambe ci invitano a riflettere sul nostro mondo, sulle nostre paure, sui nostri desideri.

Sia il romanzo che la serie TV di “Anna” sono due opere d’arte che si completano a vicenda. Entrambe ci offrono un’esperienza unica, un viaggio emozionante nel cuore dell’umanità. E se è vero che la lettura ci permette di costruire le nostre immagini, la visione ci offre un’esperienza più immediata, più viscerale. Ma entrambe alla fine, ci lasciano con la stessa domanda: cosa significa essere umani in un mondo così fragile?

D.R.

Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0

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La poesia secondo Giuseppe Ungaretti 1961

In una storica intervista il Poeta, ormai anziano, risponde alla domanda “Cos’è la poesia”.
Non si sa come avviene il miracolo della poesia…: “è una idea che arriva d’un tratto, dice il poeta, poi si scrive qualcosa… ma poi ritorna e tormenta e non va via, (…)   sono solo piccoli pensieri che alle volte escono subito pronti, alle volte impiegano mesi per essere scritti e non sono mai a posto: è musica che va dietro all’orecchio, ma cos’è poi quest’orecchio…? le parole vanno dietro al significato, al suono…insomma tutto deve finire con il combinare i vari elementi e dare la sensazione che si è espressa la poesia…”… che si è espressa l’anima….

Certo sappiamo tutti che Giuseppe Ungaretti  è sempre stato un uomo di …poche parole! Ma con il suo speciale modo di comunicare, ha spiegato che le parole di una poesia non sono altro che  una estrema materializzazione drammaticamente personale, della nostra anima.

(do.ritz)

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23 giugno 2013 · 22:46

VINCITORI PREMI DAVID 2012-2013 Premiazione

davi5

http://www.corriere.it/spettacoli/13_giugno_14/david-donatello-cinema_0666b9ca-d537-11e2-afc2-77c7bab72214.shtml

VINCITORI PREMI DAVID 2012-2013
Premiazione 14 GIUGNO 2013 – RAI Studio Nomentano 5
MIGLIOR FILM
“LA MIGLIORE OFFERTA
prodotto da Isabella Cocuzza e Arturo Paglia per Paco Cinematografica
per la regia di Giuseppe Tornatore
MIGLIORE REGISTA
Giuseppe TORNATORE
“La migliore offerta”
MIGLIORE REGISTA ESORDIENTE
Leonardo DI COSTANZO
“L’intervallo”
MIGLIORE SCENEGGIATURA
Roberto ANDÓ, Angelo PASQUINI
“Viva la libertà”
MIGLIORE PRODUTTORE
Domenico PROCACCI
“Diaz”
MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA
Margherita BUY
“Viaggio sola”
MIGLIORE ATTORE PROTAGONISTA
Valerio MASTANDREA
“Gli equilibristi”
MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA
  Maya SANSA
“Bella addormentata” Continua a leggere

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NEOREALISMO TRA CINEMA E LETTERATURA 1

Parte1                                                                                                                         di  D. Rizzuto

 
PROPOSTE PER L’UTILIZZO DEL FILM NELLA DIDATTICA DELLA LETTERATURA.

 In un’epoca in cui la comunicazione è vitale, in cui predominano i linguaggi automatizzati, funzionali ad un’idea di società pianificata, la lettura di un libro  potrebbe ancora competere con la velocità delle immagini e con la passività con cui vengono colte e recepite? Ci si interroga dunque, sul senso della letteratura.

Se lo studio della letteratura  consente di individuare il mutamento culturale delle epoche  attraverso l’evoluzione  culturale e sentimentale dell’uomo,  potrebbe rivelarsi particolarmente adatto a degli studenti lo studio della letteratura svolto parallelamente alla storia del cinema proprio perché si tratta dell’espressione di forme e di linguaggi più immediati. Si potrebbe operare una scelta, lavorando sull’analisi testuale in parallelo con i film tratti da opere letterarie, oppure scegliendo opere cinematografiche relative al periodo culturale affrontato, con la possibilità di ottenerne una visione più completa (linguaggio letterario, linguaggio cinematografico).

Nel nostro caso, è stato scelto, come periodo di riferimento l’immediato 2° dopoguerra.

E allora, come iniziare?

step1 Introduzione storico-letteraria del momento culturale affrontato,  con riferimento ai suoi maggiori rappresentanti. 

step2 Configurazione della situazione storica della produzione cinematografica con relativi esempi. 

step3 Analisi testuale comparata tra il film e il testo da cui è tratto: LA CIOCIARA di Alberto Moravia potrebbe essere un esempio

Step1

ITALIA 1930.images (3)

La dittatura fascista   aveva tentato, di fronte alla guerra, di assegnare agli intellettuali un  ruolo  subalterno che li metteva bruscamente di fronte ad una scelta: o la rinuncia  a qualsiasi mandato sociale o la strumentalizzazione  più completa alla politica  del fascismo. La perdita di un ruolo autonomo, aveva costretto  dunque gli intellettuali o ad adeguarsi assoggettandosi al sistema o a isolarsi nella pura letteratura. Ne derivò un senso profondo di impotenza e di angoscia, favorito anche dall’ influenza della letteratura decadente e d’avanguardia europea.

Il crollo della dittatura fascista verso la metà degli anni ’40  permise agli intellettuali una maggiore iniziativa autonoma   in campo ideologico e politico – culturale. La ricostruzione del capitalismo e dello sviluppo industriale che decollerà più avanti, agli inizi degli anni ‘50, consentì loro di rivendicare uno spazio ideologico in cui muoversi. Così  la guerra, la Resistenza, l’immediato dopoguerra, tutto contribuì a rinnovare la letteratura e in parte anche la poesia. Ma fu soprattutto nella narrativa e ancor  di più nel cinema, che si ebbe la stagione breve e intensa del Neorealismo.  Il termine iniziò a circolare dopo la proiezione del film di Visconti Ossessione nel 1942 continuando con quelli di De Sica e Rossellini, per  passare in seguito all’ambito letterario.

Il popolo italiano che aveva acquisito la consapevolezza della grandiosità del compito di ricostruzione che si preparava ad assolvere,  iniziò a guardarsi intorno, con un interesse ed una fiducia nuova negli uomini e nelle loro vicende. Nacque la letteratura di tendenza realistica, cioè la rappresentazione della società e del mondo reale, e la volontà di allontanarsi  dal mero psicologismo e a oggettivarsi nella vita, a sentirsi partecipe e interprete di un modo di sentire.

C’è tra cinema e letteratura, una comune ansia del ‘vero’, una fame, una ricerca di un modo nuovo di narrare il reale cioè i disastri, le sofferenze dei più deboli (Rossellini: Germania anno Zero, Paisà, Roma città aperta), quei problemi mai risolti del Paese vissuti ora con una nuova coscienza politica e una volontà di cambiamento, che saranno alla base della letteratura e della produzione cinematografica.

La letteratura del secondo dopoguerra  si distaccò dall’ossessione della forma e dello stile e e passò da un chiuso gusto artistico ad una prosa  popolare, non più vincolata dalla tradizione stilistica, ma  che si ispirava alla lingua di tutti i ceti, maggiormente quelli popolari. Così accadde anche il cinema, che  prima si mostrava  interessato alla realtà borghese e solo di straforo a quella contadina, ora con i film di Rossellini,  di De Sica, di Visconti, si immerge nel flusso di una quotidianità, osservata nei suoi aspetti marginali.

Il realismo letterario nei primi anni del dopoguerra si manifestò, tra il 1945 e il 1955 circa, prima come letteratura  con i ricordi di guerra e di prigionia di Fenoglio e di Primo Levi, di lotta  a testimonianza della guerra e della Resistenza con Vittorini, Pavese, Cassola, Bassani, oppure come un nuovo modo di prendere possesso della realtà o di porsi di fronte ad essa, una letteratura che prende ad argomento i ceti più umili e diseredati (Moravia de “La ciociara”), che partecipa e alimenta le grandi speranze del rinnovamento civile che si mescola alla lotta politica, che fa uso di tutti i tentativi di rinnovamento del linguaggio letterario con la mescolanza lingua-dialetti, la sintassi scarna o approssimativa, il parlato vivo, il linguaggio delle piccole cose (Sciascia, Jovine). Per esprimere questa realtà con una sintassi rinnovata, il Neorealismo cinematografico rifiutava l’analisi politica, morale, psicologica  dei personaggi e della loro azione; i princìpi estetici misero in discussione  la funzione della sceneggiatura, cioè di quella fase della realizzazione del film più vicina al lavoro letterario.

Step2

Facciamo qualche esempio? Uno a caso, Fenoglio,  Fenoglio rende gli avvenimenti di guerra narrati in tutte le loro componenti realistiche  (“Malora” 1954) avvertendoli come episodi del destino, di lotta dell’uomo per conquistare la sua dignità e libertà, anche a costo del dolore  e della morte. Anche la lingua di Fenoglio merita particolare attenzione: lui conosceva benissimo l’inglese e scriveva   tanto che nelle sue opere partigiane appare un singolare bilinguismo con cui non solo fonde l’italiano con le inflessioni dialettali, ma anche con molte parole inglesi fino ad una singolare deformazione della lingua italiana. E’ il segno di quello  sperimentalismo linguistico che percorre tutta la letteratura del dopoguerra, equivalente al bisogno di esprimersi nel modo più immediato e aderente alla realtà.

Il Vittorini  di “Conversazioni in Sicilia” ha invece una sintassi bizzarra e scarnificata con una liberissima struttura lessicale ricca di allusioni. Anche Vittorini   si muove  intorno alla registrazione della realtà, che ben presto diventa sentimento di un’umanità in cui esiste il dolore e la miseria, la violenza e la sopraffazione. Il male per lui è dolore storicamente condizionato, il male è il guasto che è nel mondo.

Dello stesso male e dello stesso dolore   soffre l’umanità di Pavese. “Stoicismo esistenzialistico”, così può essere definita la sua produzione letteraria di Pavese, poiché l’esperienza narrativa si muove sul profondo e angoscioso contrasto tra adolescenza ed età matura, tra campagna e città.  L’infanzia raccontata da Pavese  equivale ad una condizione originaria dell’uomo, ancestralmente  accolto dal seno della donna -terra/ donna -natura, e che diventato adulto,  conosce l’esperienza dolorosa della solitudine sopportata con silenzio e dignità.  Una dignità dettata dalla povertà e dalla miseria che si trasmette anche -in ambito cinematografico- dai personaggi de La terra trema  di Visconti, che ripropone il tema verghiano dei ‘vinti ai quali, però viene concessa la possibilità di migliorare la propria condizione, pur nel loro mondo chiuso dal dolore e dalla rassegnazione, .  Per esprimere una realtà apparentemente nuda, il regista fa uso degli elementi formali tipici del neorealismo: attori non professionisti, prevalenza dell’immediato, libertà  del movimento. Una realtà improvvisata dagli attori costituisce un tipo di scrittura antiletteraria per eccellenza, tutta affidata al caso, all’estro spontaneo e imprevedibile. E se Pavese, Sciascia, Jovine, Vittorini , Moravia (La romana, Racconti romani, e  La ciociara), adoperano  uno sperimentalismo linguistico da cui emerge la caratterizzazione dell’umanità narrata, così anche Visconti adotta per i suoi personaggi la naturalezza e la spontaneità dell’inflessione dialettale.

Il Neorealismo ipotizzava che l’oggetto narrato potesse apparire anche insignificante; che le cose potessero dire altro da ciò che emergeva dalla loro immediata presenza: “la realtà prima è quella che appare immediatamente, la realtà seconda è ciò che le sta nascosto dietro”. Ma soprattutto sul piano stilistico si avvertono le novità: la camera analizza il mondo con un nuovo atteggiamento: lo illumina in un gioco di chiaro- scuri, che danno alle cose una maggiore autenticità.  Anche Rossellini tendeva ad allontanarsi dalle indicazioni della sceneggiatura per procedere secondo le intuizioni del momento.  Rossellini lasciava che la macchina da presa scivolasse dietro i personaggi, svincolati da qualsiasi legame. Elemento questo, postulato  da Zavattini, che reduce da un lungo periodo di attività letteraria, prescinde da ogni prestito letterario, complice solo la macchina da presa intesa come volontà di rivelare ciò che resta nascosto sotto la superficie delle cose. Ma il neorealismo mostrava in realtà un’anima duplice  che se da una parte rifiutava lo stretto legame con il linguaggio scritto dall’altra trovava in esso la sua ragion d’essere.   E La realizzazione quasi contemporanea di due fra i massimi capolavori di questi anni Ladri di biciclette e La terra trema mise esplicitamente in luce come l’inconciliabilità fra letteratura e cinema fosse solo apparente. All’impegno di scoprire il mondo ‘oltre’  la parola parteciparono, dunque molti registi: Visconti (Ossessione, La  terra trema), De Sica ( Ladri di biciclette, Miracolo a Milano, La ciociara), Antonioni (Le amiche),  e ancora Mario Soldati, e Alberto Lattuada (Il delitto di Giovanni Episcopo, Il mulino del Po), per i quali il romanzo fu certamente una immancabile  molla d’ispirazione. Alla  triade  dei massimi esponenti del neorealismo letterario (Fenoglio-Jovine-Vittorini), potremmo contrapporre la triade dei maggiori ‘neorealisti’ del cinema (Visconti-Rossellini-De Sica). L’amore di De Sica  per i suoi personaggi diventa ‘pietas’ con connotazioni velatamente cristiane in Ladri di biciclette Umberto D. 

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Il crollo della dittatura fascista e il clima del dopoguerra permisero, verso la metà degli anni ’40, una maggiore iniziativa autonoma  agli intellettuali in campo ideologico e politico – culturale. La ricostruzione del capitalismo e di quello sviluppo industriale che comincerà a decollare agli inizi degli anni ‘50  consentì  loro di rivendicare uno spazio ideologico in cui muoversi.. Così  la guerra, la Resistenza, l’immediato dopoguerra, tutto contribuì a rinnovare la letteratura, e in parte anche la poesia. Ma fu soprattutto nella narrativa, e ancor  di più nel cinema  che si ebbe quella stagione breve e intensa che venne chiamata    Neorealismo.  Il termine iniziò a circolare dopo la proiezione del film di Visconti Ossessione nel 1942 continuando con quelli di De Sica e Rossellini, per  passare in seguito all’ambito letterario.

 La fede nelle nuove capacità costruttive del popolo italiano derivante dal senso di un compito da assolvere di enorme portata e dalla fiducia di poterlo realizzare, produssero un gusto aperto al reale, un bisogno di guardarsi intorno, un interesse ed una fiducia nuova negli uomini e nelle loro vicende. Da tali basi  nacque la letteratura di tendenza realistica, cioè la rappresentazione della società e del mondo reale, e la volontà di allontanarsi  dal mero psicologismo, e ad oggettivarsi nella vita della realtà che ci circonda, a sentirsi partecipe e interprete di una società .

C’è tra cinema e letteratura, una comune ansia del ‘vero’, la fame di realtà, la ricerca di un modo nuovo di narrare il reale, cioè i disastri, le sofferenze dei più deboli (Rossellini: Germania anno zero, Paisà, Roma città aperta), i problemi mai risolti del paese, vissuti con una nuova coscienza politica e una volontà di cambiamento, che saranno alla base della letteratura e della produzione cinematografica.

La letteratura del secondo dopoguerra  annunziò, in seguito, il distacco dall’ ossessione formale e stilistica,  proponendosi come  passaggio dalla letteratura di chiuso gusto artistico ad una prosa  popolare, esperta della tradizione, ma non vincolata ad essa, traendo i suoi materiali da ogni regione di Italia e ispirandosi alla lingua non dei soli ceti colti,  né tanto meno della tradizione letteraria, ma di tutti i ceti, specialmente quelli popolari. Ciò accadde anche al cinema, che, se prima si mostrava  interessato soprattutto alla realtà borghese, o alto-borghese, guardando solo di straforo a quella contadina, ora con i film di Rossellini,  di De Sica, di Visconti, si immerge risolutamente nel flusso della quotidianità, osservata nei suoi aspetti marginali.

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  Il Neo-realismo non è altro che l’aspetto che il realismo letterario assunse nei primi anni del dopoguerra, tra il 1945 e il 1955 circa, e si manifestò immediatamente o come letteratura di ricordi di guerra (Fenoglio), di prigionia (Primo Levi, ), di lotta, vale a dire come ampia testimonianza della guerra e della Resistenza (Vittorini, Pavese, Cassola, Bassani), o, più specificamente, come un nuovo modo di prendere possesso della realtà o di porsi di fronte ad essa: come letteratura che prende ad argomento i ceti più umili e diseredati (Moravia de “La ciociara”), che partecipa e alimenta le grandi speranze del rinnovamento civile che si mescola alla lotta politica, che fa uso di tutti i tentativi di rinnovamento del linguaggio letterario rendendo popolari i procedimenti della mescolanza lingua-dialetti, la sintassi scarna o approssimativa, il parlato vivo, il linguaggio delle piccole cose (Sciascia, Jovine). Per esprimere questa realtà, con una sintassi insolita e mescolata ad elementi fortemente dialettali, il  neorealismo cinematografico tendeva a rifiutare per definizione l’analisi (politica, morale, psicologica ) dei personaggi e della loro azione; i principi estetici tendevano anche a negare, o almeno a rimettere in discussione  la funzione della sceneggiatura, cioè quella fase della realizzazione del film più vicina al lavoro letterario.

Alcuni comuni elementi emergono dunque dalle opere dei diversi autori-testimoni letterari di quest’epoca: Fenoglio rende in tutte le loro componenti realistiche  gli avvenimenti  relativi alle vicende di guerra  (“Malora” 1954) avvertendole come episodi del destino, di lotta dell’uomo per conquistare la sua dignità e libertà, anche a costo del dolore  e della morte. Anche la lingua di Fenoglio merita particolare attenzione: egli conosceva e scriveva benissimo l’inglese e  nelle sue opere partigiane appare un singolare bilinguismo in cui non solo si mescolano all’italiano alcune parole d’inflessione dialettale, ma anche molte parole inglesi fino alla deformazione della lingua italiana. E’ il segno di quello  sperimentalismo linguistico che percorre tutta la letteratura del dopoguerra, equivalente al bisogno di esprimersi nel modo più immediato e aderente alla realtà. Sintassi bizzarra e scarnificata con una liberissima struttura lessicale ricca di forme allusive e concentrate, è anche quella di Vittorini  di “Conversazioni in Sicilia” nel quale non mancano il gusto per la registrazione della realtà, che ben presto diventa sentimento di un’umanità in cui esiste il dolore e la miseria, la violenza e la sopraffazione. Il male per Vittorini è dolore storicamente condizionato, il male è il guasto che è nel mondo. Lo stesso male e lo stesso dolore per cui soffre l’umanità di Pavese. “Stoicismo esistenzialistico”, così può essere definita la produzione letteraria dell’autore, del quale si può affermare che l’esperienza narrativa si mosse sul profondo e angoscioso contrasto tra adolescenza ed età matura e tra campagna e città.  L’infanzia di Pavese  equivale ad una condizione originaria dell’uomo ancestralmente  accolto dal seno della donna -terra, donna -natura, e che diventato adulto,  conosce l’esperienza dolorosa della solitudine sopportata con silenzio e dignità.  Una dignità dettata dalla povertà e dalla miseria che si trasmette anche -in ambito cinematografico- dai personaggi de La terra trema  di Visconti, che ripropone il tema verghiano dei ‘vinti’ ai quali, però, pur nel loro mondo chiuso dal dolore e dalla rassegnazione, concede la possibilità di migliorare la propria condizione.  Per esprimere una realtà apparentemente nuda, il regista fa uso degli elementi formali tipici del neorealismo: attori non professionisti, prevalenza dell’immediato, libertà  del movimento. Una realtà improvvisata dagli attori costituisce un tipo di scrittura antiletteraria per eccellenza, tutta affidata al caso, all’estro spontaneo e imprevedibile. E se Pavese, Sciascia, Jovine, Vittorini , Moravia – che abbandonato l’ambiente borghese  ed intellettuale per abbracciare quello popolare o contadino, scelse  la rappresentazione diretta, realistica impegnata della realtà (La romana, Racconti romani, e  La ciociara),- adoperano  uno sperimentalismo linguistico da cui emerge la caratterizzazione dell’umanità narrata, così anche Visconti adotta per i suoi personaggi la naturalezza e la spontaneità dell’inflessione dialettale.

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Il Neorealismo postulava che l’oggetto narrato potesse apparire anche insignificante; che le cose potessero giungere a dire altro da ciò che emerge dalla loro immediata presenza: ” la realtà prima è quella che appare immediatamente, la realtà seconda è ciò che le sta nascosto dietro”. Ma soprattutto sul piano stilistico si avvertono le novità: la camera analizza il mondo con un nuovo atteggiamento: lo illumina in un gioco di chiaro- scuri, che danno alle cose una maggiore autenticità.  Anche Rossellini tendeva ad allontanarsi dalle indicazioni, pur vaghe, della sceneggiatura, per procedere secondo le intuizioni del momento. Esempio, forse, di inconciliabilità tra parola e immagine, Rossellini lasciava che la macchina da presa scivolasse dietro i personaggi, svincolati da qualsiasi legame.Elemento questo, postulato dal teorico più esemplare nel periodo,  Zavattini, che reduce da un lungo periodo di attività letteraria, prescinde da ogni prestito letterario, complice solo la macchina da presa intesa come volontà di rivelare ciò che resta nascosto sotto la superficie delle cose. Ma il neorealismo mostrava in realtà un’anima duplice  che se da una parte rifiutava lo stretto legame con il linguaggio scritto dall’altra trovava in esso la sua ragion d’essere.   E La realizzazione quasi contemporanea di due fra i massimi capolavori di questi anni Ladri di biciclette e La terra trema mise esplicitamente in luce come l’inconciliabilità fra letteratura e cinema fosse solo apparente. All’impegno di scoprire il mondo ‘oltre’  la parola parteciparono, dunque molti registi: Visconti (Ossessione, La  terra trema), De Sica ( Ladri di biciclette, Miracolo a Milano, La ciociara), Antonioni (Le amiche),  e ancora Mario Soldati, e Alberto Lattuada (Il delitto di Giovanni Episcopo, Il mulino del Po), per i quali il romanzo fu certamente una immancabile  molla d’ispirazione. Alla  triade esemplare tra i massimi esponenti del neorealismo letterario (Fenoglio-Jovine-Vittorini), potremmo contrapporre la triade dei maggiori ‘neorealisti’ del cinema (Visconti-Rossellini-De Sica). L’amore di De Sica  per i suoi personaggi diventa ‘pietas’ con connotazioni velatamente cristiane in Ladri di biciclette e Umberto D.                                                                                              segue<<

© Donatella R

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