OLTRE SANTIAGO

Non è mai semplice. Per niente. Indipendentemente dall’età, dallo stato di salute o di allenamento del fisico, dalla testa con cui si affronta questa pazzesca esperienza di vita.


Percorrere 815 Km a piedi in 28 giorni, con lo zaino in spalla attraversando la Spagna da Est a Ovest, non è mai semplice. Camminare tutti i giorni, un giorno dopo l’altro, da prima dell’alba fino al pomeriggio, ininterrottamente, superando qualsiasi asperità del terreno, dalle vette più o meno impegnative alle più dolci colline, fino ad un semplice cavalcavia. Affrontare le infinite e stupefacenti Mesetas, stupefacenti come una droga; attraversare gli stupendi e impensabilmente odorosi boschi della Galizia; camminare su qualsiasi fondo, passando dalle pietraie allo sterrato, all’asfalto, con qualsiasi tempo.Non lo è per nessuno.

E non importa se fa troppo caldo o troppo freddo; se diluvia e ti si allagano le scarpe, o fa caldo e le carpe di allagano lo stesso, ma di sudore. Sopportare ogni tipo di dolore: il corpo dolorante la mattina appena alzati, le infiammazioni muscolari, le vesciche ai piedi; dover salutare compagni di Cammino che per loro scelta, o peggio, per problemi seri devono fermarsi e rientrare a casa. E così ti ritrovi lì per strada a dare loro l’addio, e ancora non sai che ormai sono già parte di te, del tuo mondo interiore e della tua vita,, e non li perderai più.

Questo è il Cammino.

Uno zaino in cui hai tutto. Uno zaino sulle spalle dentro cui sei riuscito a racchiudere il tuo mondo, l’essenziale per dar valore ai tuoi passi e renderli più veloci.

Non doversi preoccupare del proprio aspetto, cambiare ostello ogni giorno, non sapere e non preoccuparsi di cosa potrà accadere nella giornata, incontrare persone con le quali ti rapporti come se le conoscessi da anni anche se le hai conosciute 5 minuti prima.

Condividere una mela sul ciglio della strada con chi è rimasto senza provviste e manca ancora molto al primo centro abitato.

Fermarti quando ti accorgi che chi ti cammina accanto zoppica per il dolore e fermarlo per provare a comunicare mescolando le lingue che conosci, e poi tirare fuori gli antiinfiammatori e passarglieli, per aiutarlo a camminare.

Questo è il Cammino.

Non avverti paura del mondo, né degli altri. Incontri e fai esperienza dell’alterità, della condivisione più totale e appagante, di un mondo che nella quotidianità appare utopico e invece ti accorgi che qui esiste. Veramente.

Il Cammino è l’aspetto bello del mondo. Non parti per fare 800 Km a piedi, se non vuoi dare qualcosa di bello alla tua anima e alla tua vita. Non parti per faticare senza sosta per un mese e poi rientrare a lavoro con tutti che ti dicono “Ti sei divertito?”, no non parti se hai l’animo mal disposto o disposto al male.

Non si parte se non si crede nella Vita.

Ecco perché nel Cammino sei felice. Nel Cammino trovi il meglio dell’Umanità, il lato bello delle persone, o meglio: incontri le persone che stanno dal lato bello della Vita.

E questo crea dipendenza. Se lo provi una volta non ne esci più, non facilmente.

Si chiama Santiaghite.

IL MIO PRIMO CAMMINO. Luglio 2019

La prima volta che sono partita da sola, per intraprendere il Cammino di Santiago, sono partita da Torino il 20 giugno 2019. Alla fermata dei Flixbus mi ha accompagnato Giorgia, avevo deciso di partire da lì per poterla salutare dopo averla aiutata a fare il trasloco nella nuova casa dove avevamo affittato una stanza.  Quando è arrivato l’autobus al terminal, ci siamo abbracciate e ci siamo salutate senza troppa enfasi. Così come avevamo concordato. Troppo dolore, troppo forte per noi due, entrambe con i nostri cuori esigenti.

“Il viaggio sta per iniziare e noi tre, pur sempre uniti, per la prima volta saremo in tre punti del mondo diversi, distanti anche se vicini nel cuore”. Scrivo in uno dei miei appunti.

Sono partita alle 18:00 da Torino diretta a Bayonne, in Francia dove sono arrivata alle 10:00 del mattino successivo. L’autobus ha attraversato la costa francese per poi risalire al nord del Paese, fino alla costa oceanica vicino al confine con la Spagna.

Quando sono scesa dall’autobus, alla fermata più vicina alla stazione, pioveva ed è stato strano tirar fuori subito dal mio zaino l’occorrente per ripararmi dalla pioggia come se il cammino fosse già iniziato, in realtà non lo avevo capito ancora, ma sì, il cammino era già iniziato. Così mi sono avviata a piedi verso la stazione per la salita umida, su per i marciapiedi stretti stretti della piccola cittadina di Bayonne. Da lì avrei preso il treno per Saint Jean Pied de Port, punto di partenza del Cammino.

Il primo treno disponibile per Saint Jean era alle 12:30, ho comprato il biglietto e mi sono messa in attesa mentre guardavo incuriosita quella nuova dimensione di realtà. Il trenino è arrivato a Saint Jean Pied de Port alle 13:30 e lì insieme a me sono scesi tanti altri pellegrini che non avevo visto salire alla mia stazione. Ho aperto Google Maps per orientarmi, ma poi mentre mi avviavo ho seguito gli altri pellegrini e la loro direzione, con loro mi sono incamminata e seguendoli per circa 15 minuti sono arrivata dentro il paesino di Saint Jean.

Adocchiata la posizione del mio Albergue, prima di prendere posto, sono andata in giro per il paese. Mi guardavo intorno in mezzo a tanti pellegrini in procinto di partire e a tanti turisti francesi; sapevo che dovevo anche fermarmi all’ufficio del Pellegrino per timbrare la credenziale e in qualche modo censirmi per l’entrata nel Cammino Francese, quindi ho aspettato le 15:30 ché aprisse e ho fatto quanto necessario.

La bella vita si chiamava così l’Albergue che avevo prenotato, unica prenotazione del mio cammino. Intimidita mi sono sistemata, ho scelto il letto, fatto una doccia, organizzato lo zaino e sono scesa nella sala da pranzo con gli altri pellegrini. Nella sala comune ascoltavo, un pochino imbarazzata ma divertita, conversazioni che partivano in francese ma che ottenevano risposta in spagnolo, o altre che iniziavano in spagnolo e ottenevano risposta in inglese. Era divertente assistere a questa Babele comunicativa in cui già iniziavo a sguazzare piacevolmente e accorgendomi di riuscire a tenere comunque il filo delle conversazioni. Ovviamente soltanto come uditrice.

Verso le 19:00 ci siamo attivati, tutti gli ospiti, per organizzare la tavola della cena comunitaria ed è qui che ho avuto il mio primo significativo e storico incontro del Cammino del 2019. Accanto a me a tavola era seduta una signora di Bolzano molto giovanile e molto allegra. Carmen a 72 anni stava per intraprendere il suo primo Cammino di Santiago. Abbiamo fatto subito amicizia e durante la cena ci siamo accordate per partire insieme il mattino successivo e insieme oltrepassare i Pirenei.

Scrivo la sera del 22 giugno:

“Primo giorno di cammino. Che spettacolo! Verde e verde. Mi sono rifatta gli occhi di verde. Gli animali sembravano finti tanto erano belli, mucche bianchissime, le caprette, le pecore… che pecore meravigliose erano, col muso nero, sedute sdraiate, accucciate, tutte rigorosamente in gruppo e tutte compite ed ordinate.

I cavalli bianchi e color miele sembrava giocassero a fare le finte con i pellegrini, fingevano di tuffarsi sulla strada che scorreva lungo la loro prateria, ma poi con un salto la attraversavano per passare dall’altra parte del campo.

Distese di verde questa è stata la parola d’ordine di oggi. Uno spettacolo di natura incontaminata. Mi chiedo – papà – se è così anche il Paradiso. Tra l’altro oggi con quelle nuvole di panna, compatte, sembrava di vederci seduti sopra gli angeli. Nel percorso, in questo tripudio di colori, in questa esaltazione della natura, abbiamo incrociato un povero Pellegrino. Era steso per terra, sul ciglio della strada. Si sarà sentito male durante la salita.  Morto. Era lì, coperto da un lenzuolo bianco, a tratti sollevato dal vento. Accanto la macchina della Guardia Civil, sotto il lenzuolo si intravedeva l’uomo, maglia tecnica a maniche corte, forse 55-58 anni, lo zaino accanto a lui semiaperto, scarpe rigorosamente da trekking! Stamattina anche lui, come noi si è svegliato, ha fatto colazione e si è incamminato per scavallare i Pirenei, gonfio di sogni e di aspettative. Ma stamattina alla sua famiglia è stata comunicata la notizia terribile. Tutti i pellegrini hanno oltrepassato il corpo, segno della Croce e testa bassa.

E in ognuno il dubbio: chissà se io ce la farò.

Più avanti la salita si è allungata, molto ripida. È stata veramente dura! Pazzesco: io una divanòfila convinta! Boschi, rupi, fiori gialli, noccioli, betulle! Ad un certo punto io e le mie compagne di cammino ci siamo accorte di essere rimaste sole in un tratto: non vedevamo davanti a noi nessuno, né davanti né dietro! Ma abbiamo deciso di proseguire coraggiosamente, finché alla Fontana di Rolando non abbiamo incontrato degli spagnoli che ci hanno rassicurato sulla correttezza della direzione! E poi ancora boschi, tappeti di foglie in decomposizione, fango. Meraviglia della natura! poi ancora salita. Ho tutto stampato negli occhi, vorrei non dimenticarlo mai. Verso la cima… (che fatica, non finiva mai), ogni volta sembrava che il terreno si presentasse in discesa e invece si riproponeva nuovamente la salita. Arrivati in cima, però che gioia! che soddisfazione! Ero arrivata sulla parte più alta che non credevo sarei riuscita davvero a raggiungere. Da quel momento, finalmente, è iniziata la corsa calibrata per la discesa: dovevamo arrivare a Roncisvalle e mancavano ancora molti chilometri! RONCISVALLE! Sono lì, ora mentre scrivo. Nell’albergue che nel Medioevo era stato un convento di monaci. Sono lì ora: a Roncisvalle dove hanno alloggiato i primi pellegrini, sulla piana dove hanno combattuto i cavalieri di Carlo Magno! È bellissimo. Ora chiudo, perché uno, qui nel letto accanto, ha iniziato a russare. Mi metto i tappi e chiudo gli occhi”.

Terzo giorno di cammino.

24 giugno 2019

“Sono a Larassoaña, prima dell’Alto del Perdòn. Da Roncisvalle a qui la strada è stata tutta salita e discesa in mezzo a boschi e tra paesini dimenticati, quasi isolati dal mondo e quasi tutti adagiati sulle sponde del Rio Arga nel quale gli abitanti e i pellegrini sono soliti fare il bagno, in estate. Pochi negozi, sembra che il tempo si sia dilatato: tra taverne, locande, strade assolate in cui parlottano uomini e donne e giocano bambini; un tempo dilatato in cui rientrano ancora i valori antichi dell’ospitalità e del garbo, dei rapporti umani e della gentilezza. Soprattutto dell’aiuto per chi è in difficoltà. Arrivati a Larassoaña ho fatto la spesa insieme ai miei compagni di strada e in un piccolo Alimentari accanto all’ostello ho chiesto cosa potessero darmi senza glutine. Alla fine, ho preso del tonno e un’in insalata e al momento di pagare il negoziante mi ha preparato un bicchierino di olio con del salmoriglio per condirla. I miei compagni di viaggio sono carini: età diverse, cultura e dialetti vari e le nostre differenze sono il motivo di scambio culturale, durante il cammino. Ma il bello è che, pur non conoscendosi, si crea una fratellanza comunitaria che non conoscevo o che raramente ho conosciuto, talmente raramente che non la ricordavo”.

Quarto giorno

25 giugno.

“Cammino ancora con Carmen. Abbiamo conosciuto gente per strada. Stefano e Linda, Nicolò. Ieri siamo arrivati a Larassoaña insieme. Stamattina ci siamo alzati alle 04:30 per poter uscire dall’ostello alle 05:15. Torcia sulla fronte, felpa e bastoncini, ci siamo addentrati nel bosco in un buio mattutino surreale. Rumori, fruscii, cinguettii, mentre il fiume sotto di noi scorreva fragorosamente in alcuni tratti, lento in altri. Abbiamo attraversato paesini ancora addormentati e sonnolenti in un lento inizio di giornata. Quando con nostra meraviglia siamo arrivati a Pamplona, ci è sembrato di entrare di nuovo nella civiltà: Carrefour, farmacie…, lì abbiamo smaltito i nostri bisogni più urgenti e le necessità di sopravvivenza. Usciti da Pamplona, caratteristica, allegra, gioviale e accogliente, ci siamo incamminati verso la nostra meta di fine giornata, ma il caldo ha preso il sopravvento e tra distese immense di campi di grano, paesini solitari e salite ripide e ciottolose, ora siamo arrivati a Zariquiegui, uno sperduto agglomerato di case sotto la montagna con le pale chiamata l’Alto del Perdòn. Ci saliremo domani, vedremo l’alba da lì, per farlo partiremo alle 4:30 del mattino, anche domani. Sto crollando dal sonno e sono soltanto le 21:32 buonanotte.”

Sesto giorno 27 giugno

“È trascorso tempo dall’ultima volta che ho scritto: da tre giorni a oggi sono state aggiornate difficili. Per arrivare all’Alto del Perdòn ci siamo svegliati alle quattro: partenza alle 04:30. Siamo arrivati per un percorso bellissimo ma difficile, tra campi di grano, colline con distese giallo oro. Quando manca l’ombra e l’acqua è durissima. Ridiscesi dalla montagna abbiamo raggiunto Puente de la Reina, lì abbiamo fatto sosta per il pranzo e nel pomeriggio siamo arrivati nell’albergue, distrutti. Mi piace tantissimo che siamo diventati un gruppo: io, Carmen (ci siamo conosciute a Saint Jean), Nicolò di Gambellara in Veneto, Stefano e Linda bolognesi.

Ieri mattina ho deciso di avviarmi da sola per poter affrontare meglio le ore calde, ma mi sono persa tra i boschi alla ricerca delle frecce gialle, poi per fortuna ho incontrato uno spagnolo, Abramo, che aveva percorso ancora più avanti la strada senza trovare le fantomatiche frecce. L’ho incrociato mentre ritornava indietro perché si era accorto di aver sbagliato, così mi ha avvisato e insieme siamo rientrati sulla strada principale per riprendere le frecce e seguirle. Nell’errore abbiamo perso un’ora, per cui mi sono incrociata e riunita con i miei compagni e insieme siamo arrivati con grande fatica a Villa Mayor de Monjardin. Nicolò, nel frattempo, si è staccato ed è andato avanti.

I posti attraversati sono stati davvero emozionanti, ma mai quanto quelli ai piedi dei Pirenei. E la compagnia simpatica e allegra ha reso tutto ancora più piacevole. Ho scoperto – ma forse lo scopriremo tutti qui sul camino – che la sofferenza aiuta le anime ad incontrarsi e a comunicarsi la vita. Oggi 27, sono partita per Los Arcos con un altro gruppo che mi ha aiutato a rintracciare la strada nel buio precedente l’alba, il sentiero alle 04:30 era pieno di insetti e pullulava di quella vita notturna e segreta che si interrompe solo quando il sole sorge. Ho lasciato il gruppo sconosciuto con cui ho superato le ore del buio notturno. Penso che raggiungerò Nicolò.

Il resto della tappa l’ho affrontata da sola tra saliscendi di colline vigneti e frutteti. Non troppo il sole, ma comunque poca l’acqua. Sono arrivata a Logroño alle 15,30, ho incontrato Nicolò che nel frattempo si era allontanato da tutti ed era avanzato di qualche decina di chilometri rispetto al gruppo iniziale. Entrambi abbiamo lasciato indietro Carmen e gli altri. Nicolò è molto religioso, molto giovane, ragazzo di famiglia, o forse no, con lui vado spesso a Messa. Mi sta insegnando il senso religioso del Cammino. Mi mancano tanto i miei compagni di prima con le loro caratteristiche che non avrei accettato nella vita di tutti i giorni, ma che qui colorano le persone dando valore ad ognuno.”

Oggi è 5 luglio

Nei giorni successivi al 27 ho perso la penna e solo a Burgos sono riuscita a comprarla. Ho visto posti, camminato su strade, pensato… Ma quello che si pensa mentre si cammina va via con i passi che fai: non resta nella mente. Ho continuato a camminare fino a Burgos con Nicolò che in realtà si è rivelato un ragazzo stupendo, tutto da scoprire. Un ragazzo ricco di pensieri e con una un’anima preziosa e delicata. Con lui abbiamo parlato con le parole e con i silenzi. Mi ha restituito una speranza per miei figli, la speranza che le brave persone esistano ancora, da qualche parte. Pensavo che non avrei mai avuto la fortuna di conoscere una persona vera e invece… O forse è sul Cammino che si trova il vero contatto con la realtà, nel Cammino ciascuno riesce a trovare il punto di contatto con la propria anima e a vivere, manifestarsi per quello che è e che sarebbe, senza le infiltrazioni o contaminazioni del mondo “altro” nella vita di tutti i giorni.

Ho detto a Nicolò che devo presentargli Giorgia, scherzando ovviamente, lui ha riso ma si sa che scherzando scherzando si dice la verità; vorrei tanto che Giorgia incontrasse un ragazzo sincero e con l’anima pulita come lui. Strano anche essere amici veri in età così differente: Nicolò ha 27 anni.

La strada è stata lunga e dura fino ad ora, veramente molto dura, ancora non so come sia possibile che il mio fisico regga: per molti giorni prima di arrivare a Burgos sono rimasta senza colazione e senza pane: per chi è intollerante al glutine, infatti, non è facile trovare da mangiare nei paesini della Spagna. Bisogna adattarsi. Infatti, una volta in un bar, mentre Nicolò ordinava un cornetto con un cappuccino, io non avevo altra possibilità di mettere qualcosa nello stomaco se non con un caffè e uno chorizo cioè una salsiccia (secca e raggrinzita, perché era una rimanenza del giorno precedente). 

Un mese fa non avevo ben chiaro cosa significasse avere a che fare con una brava persona, normale, anche empatica, con cui poter parlare senza giudizi inutili e gratuiti. Io che ho creduto tanto nel carattere di Pasquale, che invece da quando sto qui ha fatto sempre finta che fossi andata in vacanza alle Hawaii, non ha mai guardato le foto dello Stato di whatsapp pur sapendo che le avrei postate per una mia sicurezza, per dare traccia dei miei passi. Questo è essere una brutta persona. Perché mi trovo sempre circondata da brutte persone? Qui ho scoperto invece che si può vivere avendo a che fare con anime belle e normali.

I piedi lavorano sodo durante il giorno ed è questa corsa continua e costante che fa sì che, quando si fermano, siano ben piantati a terra. Con i piedi saldi sul suolo vedo le cose con una lucidità, spero maggiore. Quanto amore c’è nella mia famiglia di origine? Pochissimo. Maura prova disperatamente a crescere e a staccarsi da modi che a tratti disconosce, non so quanto le sarà possibile staccarsi dalle abitudini radicate in questa famiglia malsana. Danilo e la sua famiglia sono assenti nella mia vita. Io sono insulsa per loro, invisibile, inesistente. Come se avessi fatto loro qualche torto. Maurizio potrebbe essere meglio di quello che sembra, ma sempre figlio di una famiglia sostanzialmente anaffettiva, lui sembra voglia dare più di quello che gli altri meritino da lui; temo che nel tempo questo lo possa irrigidire facendolo pienamente rientrare nelle dinamiche disfunzionali. Mamma? Lei c’è soltanto per le stupidaggini: cibo, raccomandazioni, le racconti due parole in più e già non le interessa, si distrae e cambia discorso mentre parli. Io? Io ho solo la mia famiglia: i miei figli. Loro sono brave persone, sono gioielli del mio cuore e quando penso ai sentimenti positivi che si vivono qui pur con sofferenza fisica, lacrime, sangue, sudore e fatica; quando penso all’amore con cui questa popolazione di pellegrini in movimento si muove verso Santiago, allora mi commuovo perché penso al loro due, all’amore che mi dimostrano, a quello totalizzante che io provo per loro e alla fatica, lacrime, sudore con cui li ho cresciuti e sono cresciuti.

Buonanotte anche a te, papà.”

16 luglio

“Scrivo oggi dopo tanto tempo (anniversario del mio matrimonio). Tante cose sono successe in questi 11 giorni.

Ho camminato per altezze, sentieri difficili e sassosi, impervi e scoscesi. Ho sudato e ho lottato contro la volontà e la richiesta di riposo impellente del corpo, spossato dalla fatica. Ho lottato contro il turbinio dei miei pensieri che a rullo schiacciavano il dolore dei muscoli e le tensioni del corpo proiettato ad andare. Sono andata in avanti attraversando stradine e ciottoli mentre in realtà attraversavo la mia vita con l’acuirsi della fatica. Ho pianto lacrime ogni volta che una farfallina (e sono state a milioni) mi svolazzava intorno come per salutarmi, e tutte le volte rispondevo come se salutassi papà. Ho gridato il suo nome in una vallata solidaria, il nome Papà, sperando che nessuno mi prendesse per matta e ho chiesto aiuto quando più nessuna farfalla mi spingeva a proseguire sui pensieri e sui sentieri.

E ogni volta che credevo di non farcela mi compariva una farfallina dal nulla che svolazzando intorno sembrava volermi dire che lui c’era e che non ero sola.

Nei giorni successivi, con Nicolò ci siamo separati un’altra volta. Lui è rimasto a O Cebreiro, e io sono andata avanti fino a Fonfria. Devo dire che è stata una scelta di entrambi. Sapevo che non sarebbe durata molto, ma ho voluto stare sola con me stessa. Mi sono potuta finalmente misurare con le mie forze e con i miei limiti, mi sono curata le ferite (anche quelle nei piedi). Mi sono rincuorata e mi sono accorta che il mio limite è l’empatia che gli altri scambiano per qualcosa d’altro, forse per debolezza, forse per stupidità. Ma il mio cuore ora è tranquillo. So chi sono e dove voglio andare e so cosa devo fare. E so anche chi mi farà del male presto, tutte cose che appaiono più chiare e più limpide. Tutto ormai è rivelato.

Basterà un cammino? Forse no. Ma stare con me stessa, ascoltare il mio corpo dolorante e metterlo davanti a ogni priorità, mi ha restituito la consapevolezza di essere e di esserci. La consapevolezza di quella mia esistenza sotterrata dai i doveri onerosi e necessari di una vita di dedizione, spesa per i figli, la famiglia, i genitori e le innumerevoli altre priorità non prettamente mie, ma appartenenti ad altri. I figli innanzitutto, sempre, ma io? Non sono, in quanto non vengo considerata. La spersonalizzazione da genitore è più naturale e accettabile di quanto lo sia la spersonalizzazione di un figlio ad opera di un genitore. È questo che mi ha fatto sempre credere di non esistere, di non valere, di non esserci, ma ora che finalmente mi sono trovata per la strada della mia vita, mi vedo, so di esserci, comprendo di aver finora subito una distorsione della mia esistenza.

Ora so dov’è la verità. Ho accettato per amore tanti compromessi esistenziali, ora sono pronta ad accettarli con la consapevolezza di chi sono e da dove vengo. Spero solo di non dimenticarlo.

Cosa vorrei? Vorrei chiedere a San Giacomo che mi impedisca di essere ancora e sempre marito, padre e madre di me stessa; che mi dia serenità e amore, proprio quello che non ho mai avuto. Ora ho il coraggio di chiedere, come avrò da ora in poi il coraggio di accettare la mia solitudine esistenziale. Papà ora la conosce, la RI-conosce. Lui è stato presente come farfallina, la sua presenza poi è attestata da tutte quelle magiche coincidenze…

Mio papà si chiamava Franco ed era un dottore commercialista.

Queste le coincidenze:

  • I miei compagni di cammino sono stati Carmen di 72 anni e Nicolò di 27, dottore commercialista. Strana anche la coincidenza dell’inversione numerica.
  • Una mattina in mezzo al nulla ho conosciuto Antonina che mi è apparsa nel buio in mezzo ad una strada, dicendomi che mi stava aspettando, ma io ero appena uscita da un paese ed era buio pesto. Erano le 04:30 del mattino, uscivo da El Burgo Ranero, percorrevo un pezzo di strada asfaltata con a lato il percorso del cammino, Mentre mi avvio per il sentiero nel buio compare lei e mi dice proprio: Te estaba esperando! Ti stavo aspettando.

Con Antonina abbiamo percorso 10 km fino a che si è fatto giorno, poi lei si è fermata al primo bar che abbiamo trovato aperto. Per la strada abbiamo parlato, lei in spagnolo e io in italiano. Sul momento non mi sono resa conto, ma quando sono rimasta sola mi sono chiesta: chi era questa persona magica che mi aspettava il buio della notte in mezzo alla strada, con cui ho intrattenuto una conversazione di 10 km, cioè di 2 ore, in due lingue diverse? Ricordo tutto di quello che ci siamo dette: mi ha raccontato del suo matrimonio, dei suoi figli, della sua casa di Madrid e che ora che è vedova trascorre i fine settimana percorrendo parti del Cammino Francese… Antonina, che ad un certo punto, se ne esce dal nulla e durante il percorso mi chiede: ¿Cómo se llamaba tu padre? Come si chiamava mio padre.

  • E poi l’ultima conoscenza Franco.

Sono arrivata a Ribadiso ieri 15 luglio, meno di 50 km da Santiago. Avrei voluto fermarmi all’Albergue Municipal, ma quando sono arrivata ho trovato il cartello di chiusura per lavori in corso. Per cui stanca, mi sono fermata al primo Albergue che ho incontrato. Proprio di fronte al municipale un pochino più avanti c’era questo, a due piani. Decido di entrare, faccio il check-in, salgo e per prima cosa telefono ai ragazzi per dire che sono arrivata alla mia tappa giornaliera. Dopodiché prendo la mia roba: il cambio, l’asciugamano, la borsa del bagno e faccio per andare a farmi una doccia. Mentre mi allontano di poco dal mio letto, si gira un signore in quello accanto al mio: era sdraiato, sembrava riposasse, e mi dice sei italiana? Sì, rispondo, ti ho sentito mentre parlavi: con i tuoi figli, vero? Sì, rispondo.

Più tardi ci siamo ritrovati nel giardinetto, al sole; mentre io mi asciugavo i capelli lui si è avvicinato per darmi indicazioni su come mi sarei dovuta comportare una volta arrivata a Santiago. Mi dice dove alloggiare e mi fornisce del numero di telefono per prenotare, istruendomi a dovere su cosa avrei dovuto fare. Mi spiega che arrivata a Santiago, sulla strada prima della Cattedrale c’è la chiesa di Santa Maria del Camino, la parrocchia degli italiani, la chiesa di padre Fabio. Mi fornisce anche l’orario della Messa, mi spiega che se arrivo prima c’è la possibilità di fare la Confessione con Padre Fabio, e che solo dopo la confessione e la Messa, sarei potuta entrare nella Plaza Do Obradorio, davanti la cattedrale e solo allora tutto sarebbe stato compiuto, i passaggi successivi sarebbero stati la visita alla tomba di San Giacomo e l’abbraccio al Santo. O almeno queste erano le indicazioni della perfetta conclusione del Cammino di Santiago.

Ceniamo e ci auguriamo il Buen Camino perché il mattino successivo lui sarebbe ripartito prima di me. Invece stamattina con mia sorpresa, alla partenza mi rivela che ha avuto un problema con le scarpe e che quindi è in ritardo. Partiamo insieme. Altre chiacchiere e ad un certo punto mi dice: non ti ho chiesto come ti chiami, Donatella- rispondo, – e tu?  … Franco.

Il Cammino di Santiago è un misto di magia e potere divino, consapevolezza e lucidità. E poi, tutte queste persone-coincidenza, che compaiono e scompaiono come se papà avesse voluto dire “ci sono, sono con te in questo viaggio”.

Il viaggio? È volato via coi miei pensieri, mi dispiace solo per i miei figli, che sono gli unici che hanno subìto il sacrificio della lontananza. Sono più forte? Sono sicuramente più consapevole. Non mi devo e non voglio più aspettare nulla da nessuno. Ho me, ho loro. Io non sono la nullità che in molti hanno voluto farmi credere in 51 anni. Ho attraversato la Spagna a piedi, ho percorso 815 km a piedi, da sola, chi mi ferma più? Nessuno può farmi credere di non essere.   

Durante la giornata io ho continuato per Lavacolla, Franco si è fermato a Pedrouzo, la stessa località in cui si dovrebbe essere fermato anche Nicolò.”

17 luglio 2019

“Sono arrivata a Santiago de Compostela.

Stamattina sono partita alle sei da Lavacolla. Con Nicolò eravamo rimasti d’accordo che lui sarebbe partito molto presto da Pedrouzo, per arrivare da me alle sei, e insieme avremmo continuato per Santiago. Per strada mi ha raccontato che ha conosciuto Franco.

Arrivati in città, ho eseguito tutto secondo le istruzioni di Franco: insieme a Nicolò sono passata prima per la chiesa di Santa Maria del Camino, da Padre Fabio; mi sono confessata, ho ascoltato la sua catechesi, partecipato alla Messa e alle 12 insieme a Nicolò e a Franco, che nel frattempo ci ha raggiunti in chiesa, siamo entrati nella piazza della Cattedrale.

Se sia stata la preparazione ricevuta o la fatica, non so dirlo, ma con l’arrivo in piazza della Cattedrale si è chiuso un cerchio. A scendere le scale che anticipano Plaza Do Obradorio, eravamo in tre fisicamente, (io, Franco e Nicolò il commercialista), ma io credo di averle scese con papà. Eravamo io e papà. Lui mi ha accompagnato fino al termine del mio Cammino.

Perché lo dico? Dove e come si è chiuso il cerchio?

Alla fine del viaggio mi sono resa conto che per tutto il mese di cammino, anche se volevo star sola, non lo sono mai stata; Che ho avuto due guide durante il viaggio: una mi ha instradato senza saperlo ad una trasformazione del cammino verso profondità religiose e spirituali, e l’altro che mi ha instradato a valorizzare pienamente la fatica del Cammino, con la pratica dell’esperienza. L’uno ha 27 anni e l’altro 72. Anche Carmen aveva 72 anni. Coincidenza? No, è un segno di collegamento; sono partita perché mi sentivo troppo sola, mi sentivo anche un po’ distante da Dio, la figlia meno amata. Ritorno a casa, consapevole che per mostrarmi quanto io sia amata, Dio ha concesso a papà di accompagnarmi in tutto il viaggio, insegnandomi passo dopo passo a sorreggermi e mostrandomi in tanti modi la sua presenza, la non solitudine. Sembra che Dio abbia smosso qualcosa Lassù in Paradiso, solo per me, perché avevo bisogno di sapere, di capire che non sono sola.  Forse ci voleva una cosa così grande per farmi ritornare. Sì, ma insomma… perché si chiude il cerchio?

Mio padre si chiamava Franco e di professione faceva il commercialista.

Sono partita non certo per spirito religioso.

Dopo tanto camminare sono arrivata davanti alla Cattedrale di Santiago de Compostela al termine di 815 km a piedi, accompagnata da Nicolò il commercialista e da Franco. Ero davvero con mio papà.

Sono partita che mi sentivo sola. Torno ricolma di Amore. Perché sulla mia strada Qualcuno ha pensato a me, ha smosso angeli custodi, energie positive, movimenti universali: solo per me. Sono partita che mi sentivo sola e abbandonata, ora mi sento una privilegiata. Una favorita; è meraviglioso quello che ho scoperto. Ora inizia il vero cammino, quello che mi aiuterà a meritare e a mantenere questo amore e questa consapevolezza.