Verrà la morte e avrà i tuoi occhi questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda, come un vecchio rimorso 5 o un vizio assurdo. I tuoi occhi saranno una vana parola, un grido taciuto, un silenzio. Così li vedi ogni mattina quando su te sola ti pieghi 10 nello specchi ...
Pubblicata postuma nella raccolta Poesie del disamore, nel 1951, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi dà il titolo alla raccolta omonima in cui Pavese abbandona lo stile classico della poesia per ritornare all’idea tradizionale della poesia come canto, cui è affidato il compito di esprimere liricamente il dolore della passione amorosa. Ne La terra e la morte del 1946 la donna era stata ossessivamente indicata con immagini mitico simboliche legate alla terra e agli elementi naturali (il mare, le stagioni, la collina, le pietre ecc.), ora essa non incarna più gli attributi della natura: è la morte stessa a recare su di sé, come ultima traccia, gli occhi della persona amata. Non resta altro di un rapporto sempre più labile con la vita, destinato a non trovare più espressione (ossimoro un grido taciuto v. 7), a cancellarsi e a scomparire nel “silenzio”: scenderemo nel gorgo muti v. 19.… Vai al testo integrale
La carne del salice il fuoco primigenio della gioventù
La loquela intonsa del profumo della terra
La radice la favilla il fulmine la nube
Scavo infinito con sudore e gioia
Nelle miniere del cuore
Nelle viscere insanguinate del dolore
Tu passa attraverso gli stretti del ricordo
Più lontano sempre più lontano più in là
Là dove il deserto cancella la sua forma.
Odysseas Elytis (da Orientamenti, 1940)
Ho scoperto Elytis all’Università quando decisi di studiare Lingua e Letteratura Neogreca. Avrei voluto abbandonare tutto: la mia vita, la casa, i sogni… per continuare a dedicare la mia vita alla sua letteratura… ma la vita, o forse il mio poco coraggio di modificare la rotta, me lo hanno impedito.
Elytis per me è stato la Luce. Leggere i suoi versi è come mettersi davanti al fuoco in pieno inverno; come restare avvolti dentro braccia calde e forti; come sentirsi finalmente a casa dopo un lungo girovagare senza meta; come aprire gli occhi e scoprire che non sei più solo, ma qualcuno che ti ama ti amerà per tutta la vita…; come essere consolati dopo un pianto a dirotto. I versi di Elytis scaldano l’anima.
La carne, fuoco primigenio della gioventù, il profumo della terra, la radice la favillail fulmine la nube: sono elementi di una forza vitale intrinseca e sorprendente, illuminante. Il poeta affonda, con una forza passionale e sanguigna negli antri più nascosti della sua anima, sottolineando la tensione dello sforzo e il dolore che ciò comporta (Scavo infinito con sudore e gioia/Nelle miniere del cuore); ma il ricordo percorre lo spazio “attraverso gli stretti” vicoli del cuore.. Il ricordo, la memoria passa insinuandosi nei meandri dell’anima, “Più lontano sempre più lontano più in là/Là dove il deserto cancella la sua forma”. Là dove la solitudine ha lacerato l’anima consumandone i contorni.
Donatella R.
Odysseas Elytis (Odysseus Alepoudhelis) nasce il 2 novembre 1911 a Heraklion sull’isola di Creta, la sua famiglia, originaria di Lesbo, si trasferì presto ad Atene dove egli compì gli studi. Nel 1935 pubblicò i suoi primi scritti sul giornale Nea Grammata. La prima raccolta, Clessidre dell’ignoto, è del 1937. Trasferitosi per qualche tempo a Parigi, incontrò Breton, Tzara, Éluard, Char, Ungaretti, si fece notare subito come rappresentante di un ellenismo moderno volto a costruire una nuova mitologia un po’ visionaria e onirica. Dagli Anni ‘60 collaborò con il musicista Mikis Theodorakis, che trasse un oratorio da Dignum est, uno dei poemi più apprezzati di Elytis, e musicò versi di Garcia Lorca tradotti dal poeta. Nel 1979 ottenne il Premio Nobel per la Letteratura: “Per la sua poesia che, sullo sfondo della tradizione greca, dipinge con forza sensuale e perspicacia intellettuale la lotta dell’uomo moderno per la libertà e la creatività”. Elytis si spense il 18 marzo 1996 ad Atene.
La città è metafora di di tutto ciò da cui ad un certo punto decidiamo di scappare, di allontanarci per cercare nuovi lidi e rompere con il passato …: ma il passato da cui fuggiamo, sarà dentro di noi per sempre incarnato nelle nostre ossa…. e la fuga resterà inutile.
LA CITTA’
Hai detto: ” andrò in un’altra terra, andrò in un altro mare.
Ci sarà una città meglio di questa.
Ogni mio sforzo è una condanna scritta;
e il mio cuore è sepolto come un morto.
In questo marasma quanto durerà la mente?
Ovunque giro l’occhio, ovunque guardo
vedo le nere rovine della mia vita, qui
dove tanti anni ho trascorso, distrutto e sperperato”.
Nuove terre non troverai, non troverai altri mari.
Ti verrà dietro la città. Per le stesse strade
girerai. Negli stessi quartieri invecchierai;
e in queste case imbiancherai.
Finirai sempre in questa città. Verso altri luoghi- non sperare-
non c’é nave per te, non c’è altra via.
Come hai distrutto la tua vita qui
in questo piccolo rifugio
nel mondo intero l’hai perduta.
(da Le più belle poesie di Costantino Kavafis)
La poesia “La città” di Costantino Kavafis si offre come una riflessione densa e universale sul tema dell’ineluttabilità del passato e sulla nostra incapacità di sfuggire a ciò che realmente siamo. La città diventa una potente metafora dell’identità personale, del vissuto e delle scelte che ci definiscono, da cui non possiamo separarci, nemmeno attraversando mari o cercando terre lontane.
Il poeta, in un dialogo intimo e struggente con sé stesso, smonta l’illusione di un cambiamento radicale legato al semplice spostamento geografico. La voce lirica esprime il desiderio di fuggire da un luogo che percepisce come soffocante e carico di fallimenti – una città che, con le sue strade e i suoi quartieri, simboleggia il peso dei rimpianti, delle scelte sbagliate e del tempo perduto: Ovunque giro l’occhio, ovunque guardo/vedo le nere rovine della mia vita, qui/dove tanti anni ho trascorso, distrutto e sperperato.
Ma la risposta che emerge è disarmante nella sua crudezza: non esiste altra città che possa offrire una rinascita, perché il passato e le ferite interiori viaggiano con noi, ancorati nel profondo del nostro essere.
Kavafis tratteggia una visione esistenziale che riflette sull’impossibilità di separarsi dal sé interiore. Ogni nuova città diventa specchio di quella originaria, perché ciò che si cerca di lasciare alle spalle – i fallimenti, le disillusioni, il peso di una vita percepita come mal spesa – non è altro che una proiezione della propria anima. La vera prigione non è lo spazio fisico, ma l’incapacità di riconciliarsi con ciò che si è stati e con le scelte fatte.
Il tono è quasi lapidario, con frasi che risuonano come sentenze definitive: “Nuove terre non troverai, non troverai altri mari. Ti verrà dietro la città.” Questa ripetizione martellante sottolinea l’inutilità della fuga esteriore, poiché ogni cambiamento esterno si rivelerà vano senza una trasformazione interiore. L’autodistruzione, simboleggiata dalla città deteriorata, è vista come una colpa che l’individuo si porta ovunque, un fardello che trasforma ogni luogo in un riflesso della propria anima tormentata.
Il messaggio finale è amaro e potente: “Come hai distrutto la tua vita qui, in questo piccolo rifugio, nel mondo intero l’hai perduta.” L’idea di un’esistenza in cui il tempo e le azioni hanno scavato solchi profondi richiama alla mente il concetto di responsabilità personale. Non si può ricominciare altrove se non si è disposti a fare i conti con sé stessi, con la propria città interiore, i propri errori e i propri dolori.
Kavafis ci pone davanti a una verità spietata, ma anche profondamente umana: la fuga non è mai una soluzione se non siamo capaci di guardare dentro di noi e affrontare ciò che ci lega al passato. “La città” non è solo un luogo fisico, ma uno stato dell’anima, un rifugio o una prigione che ci accompagna ovunque, perché siamo noi stessi i costruttori del nostro destino.
Come si legge una poesia? o meglio come si fa a capirla, a comprendere il significato di parole che a noi suonano così estranee, ma che sembrano così intime per chi le scrive?!!
Tutte le volte che leggiamo una poesia lo facciamo con diffidenza, come se fosse un mostro da cui difendersi, una presenza che ci fa sentire piccoli e incapaci, inutili.
La poesia è un gigante, una forza della natura, ne leggiamo le parole, le lettere che le compongono e ne siamo sopraffatti: prima di tutto perché non riusciamo a coglierne il senso magico che si attribuisce a quell’insieme di suoni, e poi perché pur riconoscendo la nostra madre lingua, non capiamo il significato degli accostamenti logici o i giochi linguistici che la creano.
Sì perché sono proprio i nodi della lingua che creano la poesia. Essa non è poi così lontana, non è incomprensibile. La poesia è l’espressione del nostro sentire: più la mia anima è percettiva più colgo le sfumature della realtà che mi circonda.
“Io metto una lente davanti al mio cuore per farlo vedere alla gente”
diceva Palazzeschi, come a dire: ‘metto una lente di ingrandimento per rendere visibile al mondo cosa c’è dentro la mia anima’. La poesia non è solo verso, è semplicemente la parola che esprime un soffio di vita.
E’ sera , è tardi, avevo voglia di leggere Hikmet per rimettere equilibrio alle cose storte della giornata….
Forse la mia ultima lettera a Mehemet 1955 (da Poesie sulla Morte)
Non vivere su questa terra come un inquilino oppure in villeggiatura nella natura vivi in questo mondo come se fosse la casa di tuo padre credi al grano al mare alla terra ma soprattutto all’uomo. Ama la nuvola la macchina il libro ma innanzitutto ama l’uomo. Senti la tristezza del ramo che si secca del pianeta che si spegne dell’animale infermo ma innanzitutto la tristezza dell’uomo.