Era il 2018 quando lessi Anna di N. Ammaniti e verso la fine del 2019 uscì la serie televisiva omonima, targata Sky!
La divorai all’istante. Non fu apprezzatissima immediatamente, perché ancora troppo lontana dalla mentalità comune. Troppo catastrofica, forse. Nessuno poteva immaginare quanto quella storia, fosse anticipatrice della nuova epoca storica che da lì a poco sarebbe iniziata.
Nel 2020 scoppiò il Covid19. Perché anticipatrice? perché catastrofica?
Perché la Rossa è la malattia che stermina la popolazione. Della Sicilia? Del mondo? La Rossa rende improvvisamente l’uomo un Neanderthal dell’epoca moderna. La Rossa elimina la civiltà che regredisce insieme agli elementi che hanno fatto la sua stessa civilizzazione. Forza e civiltà caratterizzano l’Umanità, ma cosa succede se quest’ultima viene attaccata? Quanto veramente possiamo contare sulla Forza della nostra Civiltà?
Anna: un’eco in due mondi
Anna, la bambina che ha imparato a sopravvivere da sola in un mondo decimato dalla Rossa, risuona in due forme d’arte: la pagina scritta e lo schermo. Ammaniti, con la sua maestria, ha plasmato un personaggio che trascende i confini del romanzo, per trovare una nuova vita nella serie TV. Eppure, come due gemelle diverse, le due Anna condividono un’anima, ma si esprimono in linguaggi distinti.
La solitudine, un filo rosso
In entrambe le narrazioni, la solitudine di Anna è il fulcro attorno al quale ruota tutto. È un’orfana, un’emarginata, una guerriera solitaria in un mondo ostile. Ma se nel romanzo la sua solitudine è dipinta con pennellate più intime, nella serie TV essa si fa più evidente, amplificata dalle immagini e dalle musiche. La telecamera si sofferma sul suo sguardo, sui suoi gesti, isolandola in un paesaggio urbano desolato, sottolineando la sua condizione di bambina-donna, persa in un mondo adulto e crudele.
L’evoluzione del personaggio
In entrambi i casi, assistiamo alla crescita di Anna, alla sua trasformazione da bambina spaventata a giovane donna forte e determinata. Tuttavia, il percorso è diverso. Nel romanzo, la sua evoluzione è più graduale, interiore. Le sue riflessioni, i suoi ricordi, ci svelano le tappe del suo cambiamento. Nella serie TV, invece, l’evoluzione è più evidente, più spettacolare. Vediamo Anna affrontare sfide sempre più difficili, crescere fisicamente e psicologicamente sotto i nostri occhi.
L’ambientazione: un personaggio a sé
L’Italia post-Rossa è un personaggio a sé stante in entrambe le narrazioni. È un mondo in rovina, popolato da sopravvissuti che lottano per la sopravvivenza. Ma se nel romanzo l’ambientazione è descritta con dettagli minuziosi, creando un’atmosfera opprimente e claustrofobica, nella serie TV essa diventa uno scenario visivamente imponente, un luogo che incute timore e meraviglia allo stesso tempo.
Dialogo e immagini: due modi di raccontare
Nel romanzo, il dialogo è essenziale. Le parole di Anna, di Pietro, dei pochi altri personaggi, ci permettono di penetrare nella loro interiorità, di capire i loro pensieri e le loro emozioni. Nella serie TV, invece, sono le immagini a parlare. Gli sguardi, i gesti, i silenzi, trasmettono ciò che le parole non possono dire.
Le differenze e le affinità
Nonostante le differenze, entrambe le narrazioni riescono a trasmettere lo stesso senso di angoscia, di speranza, di meraviglia. Entrambe ci parlano della forza dell’animo umano, della capacità di resistere anche nelle situazioni più difficili. Entrambe ci invitano a riflettere sul nostro mondo, sulle nostre paure, sui nostri desideri.
Sia il romanzo che la serie TV di “Anna” sono due opere d’arte che si completano a vicenda. Entrambe ci offrono un’esperienza unica, un viaggio emozionante nel cuore dell’umanità. E se è vero che la lettura ci permette di costruire le nostre immagini, la visione ci offre un’esperienza più immediata, più viscerale. Ma entrambe alla fine, ci lasciano con la stessa domanda: cosa significa essere umani in un mondo così fragile?
D.R.

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