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Esserci sempre

Nel tempo mi sono chiesta molte volte: COME HO FATTO?

Come ho fatto a svangare l’adolescenza dei miei figli?

Come sono riuscita ad oltrepassare la loro infanzia senza ripercussioni sulla loro esistenza futura?

Però in effetti… chi ha detto che non ci siano state ripercussioni? Chissà quanti traumi ho causato loro… senza un sostegno, senza un confronto…

Una cosa è certa. Avrei avuto bisogno di aiuto.

Di chiunque: di mia mamma, di mia sorella. Della comunità intera che invece si fermava all’apparenza di una situazione che nonostante tutto portavo aventi da sola.

Certo, nella vita se ti lamenti e dimostri debolezza ottieni molto di più.

Se ti spertichi a fare tutto senza dare fastidio rispondendo alle necessità degli altri, annullando le tue, da fuori credono che la tua vita sia facile e che tu non abbia bisogno di nulla, pensano che per te sia tutto semplice e nessuno ti guarda più.

Ma noi sappiamo che non è così. Che abbiamo bisogno di tutti gli aiuti e gli appoggi del mondo.

Tempoliberoletterario è nato per questo.

Ovunque tu sia e da qualunque parte provenga la tua esperienza, Proviamo e stare insieme.

Ad esserci.

Esserci. Sempre.

© Donatella R
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Ritorno

Ho sempre immaginato uno spazio e un tempo  in cui “essere” e “ascoltare” fossero primizie da coltivare.
Questo angolino privato nasce un po’ per gioco. Un po’ come partire per un viaggio col primo treno senza sapere dove si é diretti. Ma tutto quello che si incontrerà diventerà parte della nostra Storia.

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Paura del rag. Fantocci

Paolo Villaggio mi ha fatto sempre paura.
Quando ero bambina chiudevo gli occhi davanti alle immagini  dei personaggi creati dall’attore; chissà perché, ma una paura ancestrale mi prendeva e ottundeva i miei pensieri.
Non era un comportamento razionale, era una paura improvvisa e fisiologica che mi impediva di ridere alle  gags, era il suo sguardo a farmi terrore; oggi leggo questi sentimenti a ritroso e mi accorgo che dentro quello sguardo cinico e  impietoso, dietro  quel modo di far ridere, io leggevo ben altro: era come se guardassi negli occhi, inconsapevole,  la mia solitudine e la mia malinconia. Era questo, forse, a terrorizzarmi.
 Di Fantozzi poi non ne parliamo. Fantozzi era il mio incubo,  il mio terrore.
Quel personaggio fragile, delicato che veniva schiacciato dalla sua  stessa vita; quell’uomo che faticava a vivere in una realtà fatta di angoscia e che ogni giorno viveva con sofferenza, ecco, anche quel personaggio, alla ragazzina che ero, metteva tanta tristezza.
Il lui forse riconoscevo una parte della mia incapacità a reagire ai soprusi della mia piccola vita infantile, quando le difficoltà mi sembravano già insormontabili; ed era proprio in lui che forse mi rispecchiavo quando lo vedevo rotolare in quel puf, incapace di prendere una posizione nella sua esistenza, incapace di dare forma alla propria vita, così come metaforicamente la poltrona impediva di dare consistenza all’atto dello star seduto.
 Anche il professor Kranz, tedesco di Germania, sostituiva nella mia mente ingenua e infantile, la crudezza delle imposizioni che venivano dall’alto e che non tenevano minimamente   conto delle mie necessità affettive di bambina.
Paolo Villaggio nella sua grandezza e nella sua profondità umana, ha saputo ricostruire le paure, le debolezze, le sconfitte, il senso di inutilità che in qualche modo hanno costituito i tasselli della vita di tutti gli uomini.
In tanti hanno riso della inettitudine fantozziana, in tanti ne hanno avuto paura perché rivedevano nel ragioniere, le loro stesse incapacità e inutilità
Quello che Villaggio ha messo in evidenza con il personaggio del rag. Fantozzi non è soltanto il dislivello delle due classi sociali: quella dirigente e quella proprietaria, ma ha saputo tirar fuori quel senso di frustrazione che ci avvolge, inesorabilmente.
Oggi come 40 anni fa.

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JOHN Q.

” Ascolta sempre quello che dice tua madre… fa quello che  ti dice: è la tua migliore amica; dille che le vuoi bene tutti giorni. Ora sei piccolo e non pensi ancora alle ragazze, non è tempo, ma quando verrà, trattale come principesse, perché è questo che sono.

Se decidi di prendere un impegno,  rispettalo perché la tua parola è la tua garanzia, figliolo, ed è tutto quello che hai. I soldi poi, tu cerca di fare tanti soldi il più possibile, anche se devi venderti ogni tanto, tu cerca di farne più che puoi, è tutto molto più facile con i soldi, figlio mio.

Non fumare, sii gentile con le persone, se qualcuno ti offre un’occasione, sii all’altezza, sii uomo e… stai lontano dalle cose brutte, figliolo, ti prego, non restare invischiato in brutte storie. Ci sono tante cose meravigliose che ti aspettano.

Io non ti lascerò mai, sarò sempre con te. Ti voglio bene figliolo.”

Tratto dal film ‘John Q.’ .di  Nick Cassavetes, con Denzel Washington.

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In caduta libera

Se questa è la vita che ci dobbiamo aspettare…

Argini in lunghe vie,  

implacabili immutabili

che oscurano il mondo.

Suoni e fremiti di venti

incidono l’anima con una lama.

Il rosso caldo di dolore

segue il solco dei pensieri.

Non credere possa bastare!

Non finirà presto

se avrà un senso

sarà come cadere nel vuoto e

sentirsi persi e senza peso.

© Donatella R

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Un destino

Cosa aveva Lei che loro non capivano?

Il suo modo di essere e di amare era speciale e rendeva speciali. Era fatta così o la si amava o la si  odiava.

Splendeva nel dare e la libertà la rendeva viva. Ma quale libertà?

Quella di poter Dare, Fare, Essere, Dire, Pensare, Credere, Vivere, Sperare, Amare.

Amare.

Amare è un verbo, ma anche un aggettivo, plurale e femminile.

Amare è un destino. Il destino contorto di non saper fare a meno di voler bene e per questo soffrire.

Ma sì, perché mica tutti hanno la capacità di amare il prossimo! È così facile l’indifferenza: priva di responsabilità.

Priva di intrighi, di contorsionismi mentali, priva di coinvolgimenti.

Forse anche l’indifferenza è una forma di libertà, l’unica che a lei non piaceva.

© Donatella R

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E’ giunto il momento di riprendere

E’ giunto il momento di tornare e di riprendere l’attività del mio blog. Per un mese ho cercato disperatamente di non avvicinarmi al computer, neanche per un solo attimo. E ho trascurato il mio blog. L’ho fatto per staccare la spina e allontanarmi da tutto ciò che teneva il motore della mia mente acceso 24 ore su 24… Ma soprattutto per meditare più che creare. Sentivo il bisogno di staccarmi dalla letteratura e da tutto quello che  mi riavvicinava troppo al   lavoro di insegnante. Volevo leggere, guardare dei film che conservavo da tanto tempo…vivere la natura…riordinare le fotografie… Tutte cose che durante il periodo scolastico non ho mai il tempo di fare. È stata dura, ma è servito per capire che la mia vita è fatta di tanti piccoli frammenti che  le danno un senso, se li metto insieme. Tra questi c’è  anche il blog. No, non posso stare lontano dal pc. In questi giorni però ho letto tanti libri, classici e non. Di alcuni spero di riuscire a parlare presto.  Aggiungo un brano che mi è rimasto nel cuore anni fa quando lessi il romanzo per la prima volta.

Perché? 

Perché in parte rispecchia una parte di noi. Della nostra vita affettiva e sociale. 

Chi non ha mai fatto esperienza di una persona del genere?

Ma è difficile pararne e rivelare il terrore che abbiamo della malvagità che ci colpisce e ferisce talvolta anche in famiglia.

Beh, un’occasione in più per me per fermarmi a riflettere.

 “Era una di quelle persone malvagie per natura. Aveva gli occhi in fuori, il collo corto, largo, con un porro scuro dietro. E i pugni come mattoni. Quando tornava a casa mi bastava il rumore dei suoi scarponi in corridoio, il tintinnio delle chiavi, il suo canticchiare. Quando si infuriava soffiava dal naso e serrava gli occhi, come fosse sprofondato nei pensieri, poi si strofinava la faccia e diceva va bene, ragazzina, va bene e sapevi che la tempesta stava per scoppiare, e niente l’avrebbe fermata. Nessuno poteva aiutarti. A volte bastava che si strofinasse la faccia o soffiasse attraverso i baffi e io vedevo nero.        Da allora ne ho incrociati altri di uomini così. Mi piacerebbe poter dire diversamente. Ma purtroppo è la verità e ho imparato che, se scavi un po’, scopri che sono tutti uguali, chi più chi meno. Alcuni sono più raffinati, lo ammetto. Possono persino avere del fascino e tu ci puoi cascare. Ma in realtà sono tutti ragazzini infelici che sguazzano nella loro stessa rabbia. Si sentono vittime. Non hanno ricevuto quello che si meritavano. Nessuno li ha amati abbastanza. Naturalmente si aspettano che sia tu ad amarli. Vogliono essere coccolati, cullati, rassicurati. Ma è un errore accontentarli. Non sono in grado di accettare ciò che ricevono, ciò di cui hanno più bisogno. La conclusione è che ti odiano. Ma è un tormento senza fine, perché non riescono ad odiarti quanto meriti, e l’infelicità, le scuse, le promesse, l’abiura, lo squallore, tutto questo non finisce mai…”… 

(da E l’eco rispose di Khaled Hosseini)

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