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Un romanzo, una storia vera

Storia di una capinera

Come dovrebbe essere scritta un’analisi interpretativa del primo romanzo di Verga: quello di apertura alla sua carriera letteraria (pubblicato nel 1871)? Come dovrebbe essere presentato un romanzo tra i più importanti e significativi, seppur meno conosciuti, dell’Ottocento?

Dal momento che l’opera potrebbe essere considerata padre e madre del romanzo moderno, di prassi andrebbe scritto un canonico, cattedratico breve riassunto introduttivo e poi un commento stilistico, preciso e sistematico.

… Ma Storia di una capinera non può essere spiegato. Non può essere “detto”. Deve essere sentito, e con l’anima.

Il dolore della Capinera

Avevo visto una capinera chiusa in gabbia: era timida, triste, malaticcia ci guardava con occhio spaventato; si rifuggiva in un angolo della sua gabbia, e allorché udiva il canto allegro degli altri uccelletti che cinguettavano sul verde del prato o nell’azzurro del cielo, li seguiva con uno sguardo che avrebbe potuto dirsi pieno di lagrime. Ma non osava ribellarsi…”.

(Vero. Non avrebbe mai osato ribellarsi né spezzare i fili che la tenevano ingabbiata, pur di non deludere la sua famiglia …)

Inizia così questo piccolo romanzo, e il lettore non capisce di chi o di cosa l’autore narri… l’immagine iniziale è quella di una capinera, cioè un passerotto grigio con il capo nero (nell’esemplare maschio, la femmina lo ha marrone), ma lì per lì non si capisce cosa c’entri, un uccellino morente all’inizio di un romanzo, non ci si trova davanti un classico incipit narrativo.

L’incipit di questo delicatissimo romanzo come il proemio dell’Iliade? contenuto e volontà autoriale espressi in poche righe, criptiche ed essenziali, ma assolutamente esaustive. Significativo.

È nel secondo capitolo che si scopre la forma epistolare del romanzo, lettere che Maria scrive alla sua adorata amica Marianna, muta interlocutrice per tutta la narrazione. E il lettore inizia a conoscere l’anima candida e leggera di una giovane donna piena di positività e assolutamente fiduciosa in chi ama e da cui ingenuamente si autoconvince di essere amata.

E allora che c’entra la capinera? Verga mette in allerta il lettore di quella che sarà la storia di Maria, già dall’incipit, senza illuderlo: la Capinera (Maria) era timida, triste, malaticcia…; di sé, a Marianna, dice: – Ho quasi venti anni! … – Lei è una bimba quando perde la mamma per una malattia e il padre si risposa con una donna molto più ricca, con due figli avuti da un precedente matrimonio. Maria ha sette anni e dalla donna che vuole mantenere solo i suoi figli naturali, è considerata un problema, così viene obbligata a vivere in convento e avviata alla vita monacale. Da sola, a sette anni.  Privata di affetti, soprattutto quello del padre che lei ama e giustifica anche nell’abbandono e diventata grande, la Capinera (Maria)  guardava con occhio spaventato il mondo fuori dal convento, quel mondo che lei guarda al di fuori delle grate. Attraverso gli occhi e i sentimenti repressi della ragazza il lettore viene catapultato in un Sud già storicamente appartenente ad una Italia Unita, ma che vive le sue dinamiche sociali in profonda frattura con il resto della nazione. Un Sud che mostra la violenza e l’arroganza di una secolare assuefazione alla sopraffazione, con una mentalità saccente e insensibile che non solo non si mette in discussione, ma che non ha alcuna ha intenzione di adeguarsi a quella modernità alla quale la storia la sta accostando.

Le prime lettere nelle quali la giovane racconta a Marianna la sua allegria e la sua felicità per essere rientrata in casa dalla famiglia a causa dell’epidemia di colera, sono canto allegro che via via nel corso di pochi mesi si spegnerà, per risollevarsi saltuariamente nel tentativo estenuante di mantenere la positività e la carica affettiva che la caratterizza all’inizio della storia.

Ma qual è la storia di Maria?

Quella di sempre, quella di ieri e di oggi. Una storia di sopraffazione della società patriarcale; di manipolazione, di vuoti affettivi, di egoismi genitoriali che diventano sabbie mobili per le anime gentili.

Dalla sua condizione di “eletta” (così le viene presentata la vita del convento) la Capinera udiva il canto allegro degli altri uccelletti che cinguettavano sul verde del prato o nell’azzurro del cielo, li guardava con nostalgia e, li seguiva con uno sguardo che avrebbe potuto dirsi pieno di lagrime.

Ma chi sarebbero gli altri uccelletti? I fratellastri, Giuditta e il piccolo Gigi. Lei fanatica e privilegiata in una stanza da letto grandissima e piena di vestiti, lui dispettoso, ma amatissimo.

Eppure, le parole di Maria nel suo racconto sui suoi fratelli adottivi non hanno mai un tono di rimprovero né  nei loro confronti, né verso chi li ama più di quanto ami lei. Sono le sue stesse parole a convincerci della reale necessità, per la “povera” sorellastra, di avere spazi adeguati per curare il suo aspetto; e allo stesso tempo ci raggela l’attitudine di Maria a mettersi da parte per fare spazio agli altri; lei che trova normale, se non addirittura amorevole, il tugurio in cui lei stessa è costretta a dormire durante il soggiorno: “ Io occupo un amore di cameretta, capace appena del mio letto, un una bella finestra che dà sul castagneto. Giuditta, mia sorella, dorme in una bella camera grande, accanto alla mia, ma io non darei il mio scatolino, come la chiama celiando il babbo, per la sua bella camera; e poi ella ha bisogno di molto spazio per tutte le sue vesti e i suoi cappellini, mentre io, allorché ho piegato la mia tonaca su di una seggiola ai piedi del letto, ho fatto tutto…”

 Ha 31 anni Giovanni Verga quando racconta la storia di manipolazioni affettive, di abusi e di violenza psicologica con gli occhi di una ventenne che si affaccia al mondo.

Noi abitiamo una bella casetta posta sul pendio della collina, fra le vigne, al limite del castagneto. Una casetta piccina piccina, sai; ma così ariosa, allegra, ridente. Da tutte le porte, da tutte le finestre si vede la campagna, i monti, gli alberi, il cielo, e non già muri, quei tristi muri anneriti! […] gli uccelletti cinguettano tutto il santo giorno senza stancarsi mai. [.…] Ma la sera, quando dalla finestra ascolto lo stormire di tutte quelle fronde, […]  e ascolto quell’usignolo che gorgheggia lontano lontano, mi si popola la mente di tante fantasie, di tanti sogni, di tante dolcezze, che, se non avessi paura, aspetterei volentieri il giorno alla finestra.”

Come fosse una giovane anima femminile, egli racconta patemi, allegrie e malinconie, desideri e sogni di amori delicati. Ha 31 anni l’Autore, quando decide di raccontare la storia veramente accaduta di una giovane di Catania, lui che da Catania se ne era andato molto presto, e che scrive alla madre, durante la composizione del romanzo, per avere da lei precisazioni sulle abitudini e le tradizioni della società catanese.

Direi proprio una denuncia. Povero Verga, quante denunce e quanto poco ascolto, in una Italia che non era pronta a cambiare allora, così come non è pronta neanche oggi a fare ammenda della mentalità gretta e fuorviante, distorsiva della verità di una società che vede nel femminile un pericolo per la propria integrità!

Perché questo mio affetto verso Maria, metaforizzata con la breve vicenda di una capinera che alla fine dell’incipit viene trovata morta stecchita, seppur alimentata dai bimbi che la hanno in custodia?

Alla capinera viene offerto nutrimento, per mantenerla in gabbia, ma ciò che lei desidererebbe di più al mondo, ciò che la manterrebbe in vita, è la Libertà. L’amore dei bimbi che la hanno in custodia è AMORE NARCISISTICO. Come la capinera, Maria subisce l’inganno dell’amore autoriferito.

La protagonista subisce la finzione e la distorsione di un sentimento che lascia credere di essere amati ma che è solo finzione, atteggiamento. Per autoprotezione ella racconta a se stessa di essere amata dalla sua famiglia che invece, per lei manifesta solo la necessità narcisistica di possesso, di manipolazione e di controllo. Ma cosa accade quando una società tende all’abuso, interpretando come una debolezza la mitezza di un carattere autentico e la sua attitudine all’amore? Cosa accade quando questa manipolazione diventa comportamento sociale perpetrato da un genitore?

Accade che il figlio diventa terreno su cui il genitore impone l’affermazione del proprio sé narcisista.

Maria crolla sotto il peso della violenza psicologica di una società che normalizza l’abuso familiare e ne diventa succube.

La sua attitudine ad amare diventa errore.

Il suo terreno diventa sabbia mobile e da essa viene inghiottita.

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Gen Z e Ansia da Prestazione

Insegno.

Ad ogni colloquio scuola-famiglia c’è sempre almeno una madre che viene a denunciare una situazione di stress dovuta all’ansia da prestazione del figlio o della figlia.

Negli ultimi tempi è una situazione frequentissima. E per “ultimi tempi” intendo gli ultimi 3-4 anni.

All’inizio pensavo, come tutti, che fosse dovuto ad una forma di debolezza adolescenziale, causata dalla ormai diffusa perdita di autorevolezza dei genitori, motivo per cui a quell’età si diventa instabili ed emotivamente fragili.

Siamo consapevoli che la genitorialità di oggi tende ad essere paritaria, giovanile, assolutamente incapace di porre dei limiti e di conseguenza incapace di ergersi a guida e punto di riferimento.

Ecco, inizialmente pensavo che l’ansia fosse naturale conseguenza di una mancata gestione dell’emotività del figlio adolescente e che fosse quindi questo il motivo per cui fosse diventata l’emozione più presente tra bambini e adolescenti.

Dopo qualche anno di attenta osservazione, direi che l’emozione ANSIA tra i giovani di oggi è un fenomeno molto complesso e determinato da moltissimi e diversificati fattori.

ANALISI:

Durante un lavoro sulla comunicazione svolto in una seconda liceo, in cui ho illustrato gli assiomi di Watzlawick e Beavin della Scuola di Palo alto in California, si è studiato in classe il funzionamento dei social, la sua reale funzione comunicativa e il referente della comunicazione social, ragionando sulla conseguente dipendenza di cui siamo vittime. I ragazzi hanno realizzato che gli adulti danno sempre per scontate troppe cose nel momento in cui con leggerezza forniscono di smartphone i figli.

“Nessun adulto -notavano- li ha mai addestrati all’uso del dispositivo, riferivano infatti, quanto non si fossero mai sentiti tutelati dalla grandezza e dall’imponenza delle infinite funzioni dello smartphone.

Pensiamoci. Chi di noi ha mai usato il telefono insieme al figlio per iniziarlo allo strumento con una sorta di educazione all’uso? Per un gioco di società leggiamo le istruzioni e glielo spieghiamo, per poi lasciarli giocare da soli o con gli amichetti, ma quando mai abbiamo spiegato ad un figlio il funzionamento dello smartphone ad uso sociale?

Tendiamo a giustificare questa nostra consapevole mancanza dicendo che tanto loro sono più bravi di noi! Come se oggi i bambini nascessero con innescate al loro interno le istruzioni e modalità d’uso!!

E crescono. Con lo smartphone e un uso di esso pressoché errato e superficiale.

Ed è allora che si trovano a vivere tutti i giorni e a gestire uno strumento gravoso di cui percepiscono vagamente una pericolosità senza codificare quella giusta sensazione di paura.

Dove siamo noi, quando loro affrontano per la prima volta le conseguenze dello smartphone?

“Eh, ma lui lo sa usare meglio di me! io della tecnologia non ci capisco nulla…!”.

Facile, vero?

Quando ho iniziato a guidare, mio padre si metteva accanto a me per darmi consigli e insegnarmi i trucchi di una corretta guida. Mi allertava per preavvertirmi su eventuali pericoli cedendomi parte della sua esperienza e fornendomi delle sue conoscenze già dal primo momento. Mi forniva cioè di un bagaglio esperenziale che io ottenevo di riflesso, che mi arricchiva e mi rassicurava.

Se non avessi mai avuto nessuno accanto, probabilmente avrei vissuto quei momenti con un’ANSIA costante e corrosiva.

Eccola l’ansia dei giovani di oggi.

NON è la scuola, non è l’età…: è il vuoto educativo che li getta nello sconforto davanti alla consapevolezza di potersi trovare a gestire un problema più grande di loro, senza una guida che li aiuti ad affrontarlo. Un’ansia data dalla consapevolezza che un errore su Tik Tok li getterebbe in una gogna mediatica devastante, o dal consapevole rischio di passeggiare in una selva di osservatori anonimi e giudicanti. Ansia data dalla necessità di ESSERCI on line e di MOSTRARSI come unico riconoscimento sociale in cui si rispecchino. Come anche il dover necessariamente piacere agli altri ottenendo like che allontanino il rischio di essere segnati come SFIGATI CON POCHI LIKE.

Più like ricevono e più si sentono TOP.

Il contrario dovremmo insegnare ai nostri adolescenti, quando li forniamo di collegamento internet:

La differenza tra Essere e Apparire. La differenza tra “Essere” e “Essere visti come”; l’immagine che ho di me e l’immagine che gli altri si fanno di me.

D.R.

Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0

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Aiuto! Un figlio adolescente!

Vivere con un adolescente non è mai facile. Tra i 13 e i 18 anni si ha una fase della vita piena di cambiamenti e sfide sia per il/la giovane che per i genitori. Tuttavia, è importante affrontare questi momenti consapevolmente e insieme, proprio per garantire la felicità e il successo dei nostri figli.

La comunicazione aperta e positiva è fondamentale per costruire con loro una relazione sana. E anche se può essere difficile, è importante ascoltarli attentamente, riflettere sui loro punti di vista e leggere le loro preoccupazioni, senza giudicare o minimizzare i loro sentimenti.

Bisogna tenere sempre a mente che stanno attraversando davvero troppi cambiamenti fisici ed emotivi!, che non sono padroni delle loro emozioni, che gli ormoni la fanno da padroni nel loro corpo! Ma quanto, stress e preoccupazioni può causare a noi genitori tutto questo?! Dobbiamo supportarli e incoraggiarli a riconoscere i loro interessi e le loro passioni e allo stesso tempo insegnare loro ad esplorarle.

E soprattutto non dobbiamo mai smettere di mostrare il nostro amore incondizionato.

So benissimo quanto le influenze negative, come quelle che non possiamo controllare sui social, i comportamenti a rischio di combustione neuronale come quello di tenere il collo piegato costantemente sullo smartphone, o la passione sfrenata per la play giocando on line con perfetti sconosciuti, possano preoccupare i genitori. Ma l’unica arma possibile in nostro possesso, per non perderli e non farli perdere, non è negare, proibire, braccare, reprimere. Questa è una generazione estremamente fragile che ha bisogno estremo di avere una GUIDA.

Non è soltanto la comunicazione aperta e la presenza attenta ad aiutarci. Esserci. Esserci è l’arma migliore in assoluto. Esserci con tutti i sensi, con la vista guardandoli e facendoli sentire Visti. Ascoltandoli e facendoli sentire Ascoltati. Parlando loro, ma dicendo le stesse cose che mostriamo con la coerenza del nostro Agire. Così e solo così forse avremo una speranza di aiutare i nostri figli a prendere decisioni sane e sicure.

Infine, ricordiamoci sempre che nostro figlio o nostra figlia adolescente, sta cercando di costruire la propria identità, e non ha intenzione di causare tensioni nei rapporti familiari. Cerchiamo di essere pazienti e comprensivi, cerchiamo di fornire un ambiente sicuro e sano in cui i nostri giovani possano crescere e arricchirsi trovando nel loro territorio sicuro, la sicurezza che il mondo che gli abbiamo costruito non ha.

Diamo loro anche le possibilità che non abbiamo avuto noi, investiamo su di loro. Facciamogli capire quanto sono preziosi, affinché imparino ad amare la loro vita e il loro futuro.

Per diventare Uomini e Donne migliori di noi.

Donatella R

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Adolescenza e Comunicazione

Comunicare con i genitori da adolescenti… Difficile anche solo pensarlo, per un giovane. Difficile riuscire a comprendere i propri figli in questa fase di transizione, anche per i genitori. Mai sottovalutare l’importanza del dialogo: una buona comunicazione è infatti fondamentale per il benessere emotivo e la crescita dei ragazzi.

A 16 anni un essere umano in crescita va cercando di scoprire chi è realmente, di costruire la propria identità, ma spesso tale ricerca di indipendenza e autonomia può creare delle barriere nella comunicazione con gli adulti.

Sono molti i metodi da usare per migliorare la comunicazione e costruire una relazione forte e duratura.

Dovremmo noi dimostrare ad un giovane supporto e interesse, ascoltandone con attenzione i pensieri e rispettandone i punti di vista; cercando di impostare un dialogo aperto sui temi fondanti, senza giudicarne o minimizzarne i sentimenti.

Consigli pratici? Banali, in realtà.

  • Sostenere i propri figli nei loro interessi e nelle loro passioni;
  • Mantenersi coerenti nelle regole prestabilite, soprattutto se concordate con loro;
  • Mostrare sempre amore incondizionato e sostegno nei momenti difficili, anche se siamo contrariati. Il momento del chiarimento e della punizione arriva dopo. Prima è meglio affrontare il problema mostrandosi spalla forte e robusta, immobile e resistente, poi ci sarà lo spazio per i chiarimenti senza colpevolizzazioni, ed eventuali punizioni.
  • Riconoscere al ragazzo le proprie responsabilità senza per forza attribuirle a persone o eventi altri, e spronarlo a affrontarne le conseguenze.

Una comunicazione corretta è cruciale anche per una più sostanziosa educazione affettiva allo scopo di insegnare a costruire relazioni sane e durature.

© Donatella
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Generazione X

Secoli e millenni di processi evolutivi… annientati in pochi anni da pochi click su un tastino, e onde invisibili rivelatrici di miliardi e miliardi di informazioni. Cosa c’è dietro il semplice utilizzo del telefonino con accesso facilitato in internet? Cosa lo rende diabolico e come interferisce sulla mente umana? Certo la scienza non è il mio campo… ma i Giovani, il loro mondo, il loro cervello e il loro modo di ragionare, sì.

Per lavoro trascorro praticamente due terzi della mia vita a contatto con il periodo della vita più prolifico di cambiamenti, più vitale, più pronto a rapportarsi con le novità e a mettersi in discussione.

Da sempre si parla dei giovani come di una generazione di “marziani trogloditi”, incapaci, immaturi, viziati e sciocchi…. Si ma quali giovani?!!

Mia madre, oggi anziana, già quando ero bambina raccontava di una spaccatura generazionale tra la gioventù dei suoi tempi e i suoi genitori: gli adulti.

Comprensibile! quella generazione di genitori veniva fuori da non una, ma due guerre mondiali; da un Ottocento che era andato adeguandosi, velocemente e con buona volontà, alle progressiste realtà industriali, mantenendo  saldo  nella formazione delle genti, un forte spirito di conservazione;

È comprensibile che con gli anni ’60 arrivi il decennio della spinta evolutiva maggiore. Ecco il senso della spaccatura generazionale.

Volontà di Crescere.

Come sono stati i figli di quei figli? A rigor di logica, consapevoli degli errori dei loro genitori bacchettoni, sarebbero dovuti diventare dei perfetti educatori delle masse giovanili.. e invece niente di più falso!

Saranno proprio quegli ex-giovani ribelli a gettare la spugna della spinta socialmente evolutiva formatasi negli anni Sessanta e, raggiunta l’età e la funzione genitoriale, a tentare di applicare ai propri figli il clone del modello educativo precedente!

Ma ogni generazione giovanile è a sé stante.

È con l’uso continuo del problem solving che la specie umana si è evoluta, a partire dagli ominidi.

Ci siamo mai chiesti cosa ci distingue di fatto dalle primissime specie umane?

La razionalità ci dovrebbe dunque indurre ad accettarli questi ragazzi di oggi, in contrasto con il mondo, riconoscendone la somiglianza con ciò che siamo stati noi, ex ragazzi di allora, non a denunciarli come trogloditi!

Questi ragazzi vivono nel mondo che noi e i nostri genitori abbiamo dato loro. La COLPA è nostra!

Noi che cercavamo il dialogo, oggi siamo i primi a non parlare con loro.

Noi che non ci sentivamo capiti siamo i primi a denunciare ogni loro comportamento senza entrare nel loro mondo per guardarli da dentro. Per capirli.

Ora siamo noi a rinunciare a capire. Diamo loro quello che abbiamo appreso. Diamo loro almeno un’educazione affettiva: è quella che a loro manca. Diamo loro la percezione di sé stessi.

Altrimenti, i trogloditi che non si evolvono, siamo noi.

© Donatella
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Pasolini intervista Giuseppe Ungaretti

Alla domanda  di Pasolini: “Esiste la normalità e la anormalità sessuale?” Il poeta risponde che ogni uomo è fatto alla sua maniera, nella sua combinazione spirituale, e che   ognuno a suo modo ha  una propria anormalità…  Incredibile quanto sia  profonda e smisuratamente moderna la risposta  del Poeta che non condanna, non giudica e non sentenzia. Ma osserva l’animo umano e lo comprende nella sua complessità. Lo accetta nelle sue infinite sfaccettature. Ne rileva civilmente e naturalmente la tendenza e volontà di andare contro natura…. “Cosa le devo dire, io stesso- dice Ungaretti- trasgredisco tutte le leggi facendo poesia…”.

Ho spesso fatto vedere questo video ai miei alunni della quinta liceo e ogni volta ho visto sul loro volto la MERAVIGLIA non solo di vedere un argomento da studiare diventare persona fisica (per loro la letteratura spesso è solo una materia, si fatica molto a farla percepire espressione dell’anima, essenza di un’umanità e il poeta difficilmente è persona, speso resta argomento da studiare), ma addirittura dimostrare un’apertura mentale che i libri non possono trasmettere o che comunque i ragazzi non riescono a cogliere.

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23 ottobre 2013 · 21:33

29 settembre: nasce Emile Zola

http://www.raistoria.rai.it/articoli/zola-luomo-del-jaccuse/10942/default.aspx

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29 settembre 2013 · 13:49