Archivi del giorno: 5 settembre 2024

Gen Z e Ansia da Prestazione

Insegno.

Ad ogni colloquio scuola-famiglia c’è sempre almeno una madre che viene a denunciare una situazione di stress dovuta all’ansia da prestazione del figlio o della figlia.

Negli ultimi tempi è una situazione frequentissima. E per “ultimi tempi” intendo gli ultimi 3-4 anni.

All’inizio pensavo, come tutti, che fosse dovuto ad una forma di debolezza adolescenziale, causata dalla ormai diffusa perdita di autorevolezza dei genitori, motivo per cui a quell’età si diventa instabili ed emotivamente fragili.

Siamo consapevoli che la genitorialità di oggi tende ad essere paritaria, giovanile, assolutamente incapace di porre dei limiti e di conseguenza incapace di ergersi a guida e punto di riferimento.

Ecco, inizialmente pensavo che l’ansia fosse naturale conseguenza di una mancata gestione dell’emotività del figlio adolescente e che fosse quindi questo il motivo per cui fosse diventata l’emozione più presente tra bambini e adolescenti.

Dopo qualche anno di attenta osservazione, direi che l’emozione ANSIA tra i giovani di oggi è un fenomeno molto complesso e determinato da moltissimi e diversificati fattori.

ANALISI:

Durante un lavoro sulla comunicazione svolto in una seconda liceo, in cui ho illustrato gli assiomi di Watzlawick e Beavin della Scuola di Palo alto in California, si è studiato in classe il funzionamento dei social, la sua reale funzione comunicativa e il referente della comunicazione social, ragionando sulla conseguente dipendenza di cui siamo vittime. I ragazzi hanno realizzato che gli adulti danno sempre per scontate troppe cose nel momento in cui con leggerezza forniscono di smartphone i figli.

“Nessun adulto -notavano- li ha mai addestrati all’uso del dispositivo, riferivano infatti, quanto non si fossero mai sentiti tutelati dalla grandezza e dall’imponenza delle infinite funzioni dello smartphone.

Pensiamoci. Chi di noi ha mai usato il telefono insieme al figlio per iniziarlo allo strumento con una sorta di educazione all’uso? Per un gioco di società leggiamo le istruzioni e glielo spieghiamo, per poi lasciarli giocare da soli o con gli amichetti, ma quando mai abbiamo spiegato ad un figlio il funzionamento dello smartphone ad uso sociale?

Tendiamo a giustificare questa nostra consapevole mancanza dicendo che tanto loro sono più bravi di noi! Come se oggi i bambini nascessero con innescate al loro interno le istruzioni e modalità d’uso!!

E crescono. Con lo smartphone e un uso di esso pressoché errato e superficiale.

Ed è allora che si trovano a vivere tutti i giorni e a gestire uno strumento gravoso di cui percepiscono vagamente una pericolosità senza codificare quella giusta sensazione di paura.

Dove siamo noi, quando loro affrontano per la prima volta le conseguenze dello smartphone?

“Eh, ma lui lo sa usare meglio di me! io della tecnologia non ci capisco nulla…!”.

Facile, vero?

Quando ho iniziato a guidare, mio padre si metteva accanto a me per darmi consigli e insegnarmi i trucchi di una corretta guida. Mi allertava per preavvertirmi su eventuali pericoli cedendomi parte della sua esperienza e fornendomi delle sue conoscenze già dal primo momento. Mi forniva cioè di un bagaglio esperenziale che io ottenevo di riflesso, che mi arricchiva e mi rassicurava.

Se non avessi mai avuto nessuno accanto, probabilmente avrei vissuto quei momenti con un’ANSIA costante e corrosiva.

Eccola l’ansia dei giovani di oggi.

NON è la scuola, non è l’età…: è il vuoto educativo che li getta nello sconforto davanti alla consapevolezza di potersi trovare a gestire un problema più grande di loro, senza una guida che li aiuti ad affrontarlo. Un’ansia data dalla consapevolezza che un errore su Tik Tok li getterebbe in una gogna mediatica devastante, o dal consapevole rischio di passeggiare in una selva di osservatori anonimi e giudicanti. Ansia data dalla necessità di ESSERCI on line e di MOSTRARSI come unico riconoscimento sociale in cui si rispecchino. Come anche il dover necessariamente piacere agli altri ottenendo like che allontanino il rischio di essere segnati come SFIGATI CON POCHI LIKE.

Più like ricevono e più si sentono TOP.

Il contrario dovremmo insegnare ai nostri adolescenti, quando li forniamo di collegamento internet:

La differenza tra Essere e Apparire. La differenza tra “Essere” e “Essere visti come”; l’immagine che ho di me e l’immagine che gli altri si fanno di me.

D.R.

Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0

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Anna di Niccolò Ammaniti: Recensione del Romanzo e della Serie TV

Era il 2018 quando lessi Anna di N. Ammaniti e verso la fine del 2019 uscì la serie televisiva omonima, targata Sky!

La divorai all’istante. Non fu apprezzatissima immediatamente, perché ancora troppo lontana dalla mentalità comune. Troppo catastrofica, forse. Nessuno poteva immaginare quanto quella storia, fosse anticipatrice della nuova epoca storica che da lì a poco sarebbe iniziata.

Nel 2020 scoppiò il Covid19. Perché anticipatrice? perché catastrofica?

Perché la Rossa è la malattia che stermina la popolazione. Della Sicilia? Del mondo? La Rossa rende improvvisamente l’uomo un Neanderthal dell’epoca moderna. La Rossa elimina la civiltà che regredisce insieme agli elementi che hanno fatto la sua stessa civilizzazione. Forza e civiltà caratterizzano l’Umanità, ma cosa succede se quest’ultima viene attaccata? Quanto veramente possiamo contare sulla Forza della nostra Civiltà?

Anna: un’eco in due mondi

Anna, la bambina che ha imparato a sopravvivere da sola in un mondo decimato dalla Rossa, risuona in due forme d’arte: la pagina scritta e lo schermo. Ammaniti, con la sua maestria, ha plasmato un personaggio che trascende i confini del romanzo, per trovare una nuova vita nella serie TV. Eppure, come due gemelle diverse, le due Anna condividono un’anima, ma si esprimono in linguaggi distinti.

La solitudine, un filo rosso

In entrambe le narrazioni, la solitudine di Anna è il fulcro attorno al quale ruota tutto. È un’orfana, un’emarginata, una guerriera solitaria in un mondo ostile. Ma se nel romanzo la sua solitudine è dipinta con pennellate più intime, nella serie TV essa si fa più evidente, amplificata dalle immagini e dalle musiche. La telecamera si sofferma sul suo sguardo, sui suoi gesti, isolandola in un paesaggio urbano desolato, sottolineando la sua condizione di bambina-donna, persa in un mondo adulto e crudele.

L’evoluzione del personaggio

In entrambi i casi, assistiamo alla crescita di Anna, alla sua trasformazione da bambina spaventata a giovane donna forte e determinata. Tuttavia, il percorso è diverso. Nel romanzo, la sua evoluzione è più graduale, interiore. Le sue riflessioni, i suoi ricordi, ci svelano le tappe del suo cambiamento. Nella serie TV, invece, l’evoluzione è più evidente, più spettacolare. Vediamo Anna affrontare sfide sempre più difficili, crescere fisicamente e psicologicamente sotto i nostri occhi.

L’ambientazione: un personaggio a sé

L’Italia post-Rossa è un personaggio a sé stante in entrambe le narrazioni. È un mondo in rovina, popolato da sopravvissuti che lottano per la sopravvivenza. Ma se nel romanzo l’ambientazione è descritta con dettagli minuziosi, creando un’atmosfera opprimente e claustrofobica, nella serie TV essa diventa uno scenario visivamente imponente, un luogo che incute timore e meraviglia allo stesso tempo.

Dialogo e immagini: due modi di raccontare

Nel romanzo, il dialogo è essenziale. Le parole di Anna, di Pietro, dei pochi altri personaggi, ci permettono di penetrare nella loro interiorità, di capire i loro pensieri e le loro emozioni. Nella serie TV, invece, sono le immagini a parlare. Gli sguardi, i gesti, i silenzi, trasmettono ciò che le parole non possono dire.

Le differenze e le affinità

Nonostante le differenze, entrambe le narrazioni riescono a trasmettere lo stesso senso di angoscia, di speranza, di meraviglia. Entrambe ci parlano della forza dell’animo umano, della capacità di resistere anche nelle situazioni più difficili. Entrambe ci invitano a riflettere sul nostro mondo, sulle nostre paure, sui nostri desideri.

Sia il romanzo che la serie TV di “Anna” sono due opere d’arte che si completano a vicenda. Entrambe ci offrono un’esperienza unica, un viaggio emozionante nel cuore dell’umanità. E se è vero che la lettura ci permette di costruire le nostre immagini, la visione ci offre un’esperienza più immediata, più viscerale. Ma entrambe alla fine, ci lasciano con la stessa domanda: cosa significa essere umani in un mondo così fragile?

D.R.

Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0

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