Il manicomio è una grande cassa
con atmosfere di suono
e il delirio diventa specie,
l’anonimità misura,
il manicomio è il monte Sinai
luogo maledetto
sopra cui tu ricevi
le tavole di una legge
agli uomini sconosciuta.
Alda Merini
Il manicomio è una grande cassa
con atmosfere di suono
e il delirio diventa specie,
l’anonimità misura,
il manicomio è il monte Sinai
luogo maledetto
sopra cui tu ricevi
le tavole di una legge
agli uomini sconosciuta.
Alda Merini
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L’ALTRA VERITA’, DIARIO DI UNA DIVERSA
BURRizzoli Contemporanea
(Dodicesima edizione)
Alda Merini in questa poesia di 156 pagine, incarnata nelle spoglie solo apparenti della prosa, descrive la “parte primitiva del suo essere, la parte strisciante, preistorica”(pag. 68). La malattia mentale la induce a vivere l’esperienza di manicomio degli anni ’70, un’esperienza in cui più che mai sopraggiunge l’istinto carnale di aggrapparsi spiritualmente alla propria anima tanto è grande il terrore di perderla a causa di elettroshock, mancanza di compassione e comprensione, Leptozimal, Dobren, Serenase, Largactil, Penthotal.
Per tutto il testo sono ricorrenti alcuni tratti, o meglio, alcune tematiche che scandiscono la vita manicomiale: il rapporto infantile con la madre, l’approccio psicoanalitico del Dottor G, la “non socialità”, ossia l’insistenza del rifiuto del mondo esterno e del ritrovare in quel posto “quella” sorta di masochistica protezione di sé, ma soprattutto, e soprattutto, Pierre e le rose per…
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Parte1 di D. Rizzuto
In un’epoca in cui la comunicazione è vitale, in cui predominano i linguaggi automatizzati, funzionali ad un’idea di società pianificata, la lettura di un libro potrebbe ancora competere con la velocità delle immagini e con la passività con cui vengono colte e recepite? Ci si interroga dunque, sul senso della letteratura.
Se lo studio della letteratura consente di individuare il mutamento culturale delle epoche attraverso l’evoluzione culturale e sentimentale dell’uomo, potrebbe rivelarsi particolarmente adatto a degli studenti lo studio della letteratura svolto parallelamente alla storia del cinema proprio perché si tratta dell’espressione di forme e di linguaggi più immediati. Si potrebbe operare una scelta, lavorando sull’analisi testuale in parallelo con i film tratti da opere letterarie, oppure scegliendo opere cinematografiche relative al periodo culturale affrontato, con la possibilità di ottenerne una visione più completa (linguaggio letterario, linguaggio cinematografico).
Nel nostro caso, è stato scelto, come periodo di riferimento l’immediato 2° dopoguerra.
E allora, come iniziare?
step1 Introduzione storico-letteraria del momento culturale affrontato, con riferimento ai suoi maggiori rappresentanti.
step2 Configurazione della situazione storica della produzione cinematografica con relativi esempi.
step3 Analisi testuale comparata tra il film e il testo da cui è tratto: LA CIOCIARA di Alberto Moravia potrebbe essere un esempio
Step1
La dittatura fascista aveva tentato, di fronte alla guerra, di assegnare agli intellettuali un ruolo subalterno che li metteva bruscamente di fronte ad una scelta: o la rinuncia a qualsiasi mandato sociale o la strumentalizzazione più completa alla politica del fascismo. La perdita di un ruolo autonomo, aveva costretto dunque gli intellettuali o ad adeguarsi assoggettandosi al sistema o a isolarsi nella pura letteratura. Ne derivò un senso profondo di impotenza e di angoscia, favorito anche dall’ influenza della letteratura decadente e d’avanguardia europea.
Il crollo della dittatura fascista verso la metà degli anni ’40 permise agli intellettuali una maggiore iniziativa autonoma in campo ideologico e politico – culturale. La ricostruzione del capitalismo e dello sviluppo industriale che decollerà più avanti, agli inizi degli anni ‘50, consentì loro di rivendicare uno spazio ideologico in cui muoversi. Così la guerra, la Resistenza, l’immediato dopoguerra, tutto contribuì a rinnovare la letteratura e in parte anche la poesia. Ma fu soprattutto nella narrativa e ancor di più nel cinema, che si ebbe la stagione breve e intensa del Neorealismo. Il termine iniziò a circolare dopo la proiezione del film di Visconti Ossessione nel 1942 continuando con quelli di De Sica e Rossellini, per passare in seguito all’ambito letterario.
Il popolo italiano che aveva acquisito la consapevolezza della grandiosità del compito di ricostruzione che si preparava ad assolvere, iniziò a guardarsi intorno, con un interesse ed una fiducia nuova negli uomini e nelle loro vicende. Nacque la letteratura di tendenza realistica, cioè la rappresentazione della società e del mondo reale, e la volontà di allontanarsi dal mero psicologismo e a oggettivarsi nella vita, a sentirsi partecipe e interprete di un modo di sentire.
C’è tra cinema e letteratura, una comune ansia del ‘vero’, una fame, una ricerca di un modo nuovo di narrare il reale cioè i disastri, le sofferenze dei più deboli (Rossellini: Germania anno Zero, Paisà, Roma città aperta), quei problemi mai risolti del Paese vissuti ora con una nuova coscienza politica e una volontà di cambiamento, che saranno alla base della letteratura e della produzione cinematografica.
La letteratura del secondo dopoguerra si distaccò dall’ossessione della forma e dello stile e e passò da un chiuso gusto artistico ad una prosa popolare, non più vincolata dalla tradizione stilistica, ma che si ispirava alla lingua di tutti i ceti, maggiormente quelli popolari. Così accadde anche il cinema, che prima si mostrava interessato alla realtà borghese e solo di straforo a quella contadina, ora con i film di Rossellini, di De Sica, di Visconti, si immerge nel flusso di una quotidianità, osservata nei suoi aspetti marginali.
Il realismo letterario nei primi anni del dopoguerra si manifestò, tra il 1945 e il 1955 circa, prima come letteratura con i ricordi di guerra e di prigionia di Fenoglio e di Primo Levi, di lotta a testimonianza della guerra e della Resistenza con Vittorini, Pavese, Cassola, Bassani, oppure come un nuovo modo di prendere possesso della realtà o di porsi di fronte ad essa, una letteratura che prende ad argomento i ceti più umili e diseredati (Moravia de “La ciociara”), che partecipa e alimenta le grandi speranze del rinnovamento civile che si mescola alla lotta politica, che fa uso di tutti i tentativi di rinnovamento del linguaggio letterario con la mescolanza lingua-dialetti, la sintassi scarna o approssimativa, il parlato vivo, il linguaggio delle piccole cose (Sciascia, Jovine). Per esprimere questa realtà con una sintassi rinnovata, il Neorealismo cinematografico rifiutava l’analisi politica, morale, psicologica dei personaggi e della loro azione; i princìpi estetici misero in discussione la funzione della sceneggiatura, cioè di quella fase della realizzazione del film più vicina al lavoro letterario.
Step2
Facciamo qualche esempio? Uno a caso, Fenoglio, Fenoglio rende gli avvenimenti di guerra narrati in tutte le loro componenti realistiche (“Malora” 1954) avvertendoli come episodi del destino, di lotta dell’uomo per conquistare la sua dignità e libertà, anche a costo del dolore e della morte. Anche la lingua di Fenoglio merita particolare attenzione: lui conosceva benissimo l’inglese e scriveva tanto che nelle sue opere partigiane appare un singolare bilinguismo con cui non solo fonde l’italiano con le inflessioni dialettali, ma anche con molte parole inglesi fino ad una singolare deformazione della lingua italiana. E’ il segno di quello sperimentalismo linguistico che percorre tutta la letteratura del dopoguerra, equivalente al bisogno di esprimersi nel modo più immediato e aderente alla realtà.
Il Vittorini di “Conversazioni in Sicilia” ha invece una sintassi bizzarra e scarnificata con una liberissima struttura lessicale ricca di allusioni. Anche Vittorini si muove intorno alla registrazione della realtà, che ben presto diventa sentimento di un’umanità in cui esiste il dolore e la miseria, la violenza e la sopraffazione. Il male per lui è dolore storicamente condizionato, il male è il guasto che è nel mondo.
Dello stesso male e dello stesso dolore soffre l’umanità di Pavese. “Stoicismo esistenzialistico”, così può essere definita la sua produzione letteraria di Pavese, poiché l’esperienza narrativa si muove sul profondo e angoscioso contrasto tra adolescenza ed età matura, tra campagna e città. L’infanzia raccontata da Pavese equivale ad una condizione originaria dell’uomo, ancestralmente accolto dal seno della donna -terra/ donna -natura, e che diventato adulto, conosce l’esperienza dolorosa della solitudine sopportata con silenzio e dignità. Una dignità dettata dalla povertà e dalla miseria che si trasmette anche -in ambito cinematografico- dai personaggi de La terra trema di Visconti, che ripropone il tema verghiano dei ‘vinti‘ ai quali, però viene concessa la possibilità di migliorare la propria condizione, pur nel loro mondo chiuso dal dolore e dalla rassegnazione, . Per esprimere una realtà apparentemente nuda, il regista fa uso degli elementi formali tipici del neorealismo: attori non professionisti, prevalenza dell’immediato, libertà del movimento. Una realtà improvvisata dagli attori costituisce un tipo di scrittura antiletteraria per eccellenza, tutta affidata al caso, all’estro spontaneo e imprevedibile. E se Pavese, Sciascia, Jovine, Vittorini , Moravia (La romana, Racconti romani, e La ciociara), adoperano uno sperimentalismo linguistico da cui emerge la caratterizzazione dell’umanità narrata, così anche Visconti adotta per i suoi personaggi la naturalezza e la spontaneità dell’inflessione dialettale.
Il Neorealismo ipotizzava che l’oggetto narrato potesse apparire anche insignificante; che le cose potessero dire altro da ciò che emergeva dalla loro immediata presenza: “la realtà prima è quella che appare immediatamente, la realtà seconda è ciò che le sta nascosto dietro”. Ma soprattutto sul piano stilistico si avvertono le novità: la camera analizza il mondo con un nuovo atteggiamento: lo illumina in un gioco di chiaro- scuri, che danno alle cose una maggiore autenticità. Anche Rossellini tendeva ad allontanarsi dalle indicazioni della sceneggiatura per procedere secondo le intuizioni del momento. Rossellini lasciava che la macchina da presa scivolasse dietro i personaggi, svincolati da qualsiasi legame. Elemento questo, postulato da Zavattini, che reduce da un lungo periodo di attività letteraria, prescinde da ogni prestito letterario, complice solo la macchina da presa intesa come volontà di rivelare ciò che resta nascosto sotto la superficie delle cose. Ma il neorealismo mostrava in realtà un’anima duplice che se da una parte rifiutava lo stretto legame con il linguaggio scritto dall’altra trovava in esso la sua ragion d’essere. E La realizzazione quasi contemporanea di due fra i massimi capolavori di questi anni Ladri di biciclette e La terra trema mise esplicitamente in luce come l’inconciliabilità fra letteratura e cinema fosse solo apparente. All’impegno di scoprire il mondo ‘oltre’ la parola parteciparono, dunque molti registi: Visconti (Ossessione, La terra trema), De Sica ( Ladri di biciclette, Miracolo a Milano, La ciociara), Antonioni (Le amiche), e ancora Mario Soldati, e Alberto Lattuada (Il delitto di Giovanni Episcopo, Il mulino del Po), per i quali il romanzo fu certamente una immancabile molla d’ispirazione. Alla triade dei massimi esponenti del neorealismo letterario (Fenoglio-Jovine-Vittorini), potremmo contrapporre la triade dei maggiori ‘neorealisti’ del cinema (Visconti-Rossellini-De Sica). L’amore di De Sica per i suoi personaggi diventa ‘pietas’ con connotazioni velatamente cristiane in Ladri di biciclette e Umberto D.

Il crollo della dittatura fascista e il clima del dopoguerra permisero, verso la metà degli anni ’40, una maggiore iniziativa autonoma agli intellettuali in campo ideologico e politico – culturale. La ricostruzione del capitalismo e di quello sviluppo industriale che comincerà a decollare agli inizi degli anni ‘50 consentì loro di rivendicare uno spazio ideologico in cui muoversi.. Così la guerra, la Resistenza, l’immediato dopoguerra, tutto contribuì a rinnovare la letteratura, e in parte anche la poesia. Ma fu soprattutto nella narrativa, e ancor di più nel cinema che si ebbe quella stagione breve e intensa che venne chiamata Neorealismo. Il termine iniziò a circolare dopo la proiezione del film di Visconti Ossessione nel 1942 continuando con quelli di De Sica e Rossellini, per passare in seguito all’ambito letterario.
La fede nelle nuove capacità costruttive del popolo italiano derivante dal senso di un compito da assolvere di enorme portata e dalla fiducia di poterlo realizzare, produssero un gusto aperto al reale, un bisogno di guardarsi intorno, un interesse ed una fiducia nuova negli uomini e nelle loro vicende. Da tali basi nacque la letteratura di tendenza realistica, cioè la rappresentazione della società e del mondo reale, e la volontà di allontanarsi dal mero psicologismo, e ad oggettivarsi nella vita della realtà che ci circonda, a sentirsi partecipe e interprete di una società .
C’è tra cinema e letteratura, una comune ansia del ‘vero’, la fame di realtà, la ricerca di un modo nuovo di narrare il reale, cioè i disastri, le sofferenze dei più deboli (Rossellini: Germania anno zero, Paisà, Roma città aperta), i problemi mai risolti del paese, vissuti con una nuova coscienza politica e una volontà di cambiamento, che saranno alla base della letteratura e della produzione cinematografica.
La letteratura del secondo dopoguerra annunziò, in seguito, il distacco dall’ ossessione formale e stilistica, proponendosi come passaggio dalla letteratura di chiuso gusto artistico ad una prosa popolare, esperta della tradizione, ma non vincolata ad essa, traendo i suoi materiali da ogni regione di Italia e ispirandosi alla lingua non dei soli ceti colti, né tanto meno della tradizione letteraria, ma di tutti i ceti, specialmente quelli popolari. Ciò accadde anche al cinema, che, se prima si mostrava interessato soprattutto alla realtà borghese, o alto-borghese, guardando solo di straforo a quella contadina, ora con i film di Rossellini, di De Sica, di Visconti, si immerge risolutamente nel flusso della quotidianità, osservata nei suoi aspetti marginali.
Il Neo-realismo non è altro che l’aspetto che il realismo letterario assunse nei primi anni del dopoguerra, tra il 1945 e il 1955 circa, e si manifestò immediatamente o come letteratura di ricordi di guerra (Fenoglio), di prigionia (Primo Levi, ), di lotta, vale a dire come ampia testimonianza della guerra e della Resistenza (Vittorini, Pavese, Cassola, Bassani), o, più specificamente, come un nuovo modo di prendere possesso della realtà o di porsi di fronte ad essa: come letteratura che prende ad argomento i ceti più umili e diseredati (Moravia de “La ciociara”), che partecipa e alimenta le grandi speranze del rinnovamento civile che si mescola alla lotta politica, che fa uso di tutti i tentativi di rinnovamento del linguaggio letterario rendendo popolari i procedimenti della mescolanza lingua-dialetti, la sintassi scarna o approssimativa, il parlato vivo, il linguaggio delle piccole cose (Sciascia, Jovine). Per esprimere questa realtà, con una sintassi insolita e mescolata ad elementi fortemente dialettali, il neorealismo cinematografico tendeva a rifiutare per definizione l’analisi (politica, morale, psicologica ) dei personaggi e della loro azione; i principi estetici tendevano anche a negare, o almeno a rimettere in discussione la funzione della sceneggiatura, cioè quella fase della realizzazione del film più vicina al lavoro letterario.
Alcuni comuni elementi emergono dunque dalle opere dei diversi autori-testimoni letterari di quest’epoca: Fenoglio rende in tutte le loro componenti realistiche gli avvenimenti relativi alle vicende di guerra (“Malora” 1954) avvertendole come episodi del destino, di lotta dell’uomo per conquistare la sua dignità e libertà, anche a costo del dolore e della morte. Anche la lingua di Fenoglio merita particolare attenzione: egli conosceva e scriveva benissimo l’inglese e nelle sue opere partigiane appare un singolare bilinguismo in cui non solo si mescolano all’italiano alcune parole d’inflessione dialettale, ma anche molte parole inglesi fino alla deformazione della lingua italiana. E’ il segno di quello sperimentalismo linguistico che percorre tutta la letteratura del dopoguerra, equivalente al bisogno di esprimersi nel modo più immediato e aderente alla realtà. Sintassi bizzarra e scarnificata con una liberissima struttura lessicale ricca di forme allusive e concentrate, è anche quella di Vittorini di “Conversazioni in Sicilia” nel quale non mancano il gusto per la registrazione della realtà, che ben presto diventa sentimento di un’umanità in cui esiste il dolore e la miseria, la violenza e la sopraffazione. Il male per Vittorini è dolore storicamente condizionato, il male è il guasto che è nel mondo. Lo stesso male e lo stesso dolore per cui soffre l’umanità di Pavese. “Stoicismo esistenzialistico”, così può essere definita la produzione letteraria dell’autore, del quale si può affermare che l’esperienza narrativa si mosse sul profondo e angoscioso contrasto tra adolescenza ed età matura e tra campagna e città. L’infanzia di Pavese equivale ad una condizione originaria dell’uomo ancestralmente accolto dal seno della donna -terra, donna -natura, e che diventato adulto, conosce l’esperienza dolorosa della solitudine sopportata con silenzio e dignità. Una dignità dettata dalla povertà e dalla miseria che si trasmette anche -in ambito cinematografico- dai personaggi de La terra trema di Visconti, che ripropone il tema verghiano dei ‘vinti’ ai quali, però, pur nel loro mondo chiuso dal dolore e dalla rassegnazione, concede la possibilità di migliorare la propria condizione. Per esprimere una realtà apparentemente nuda, il regista fa uso degli elementi formali tipici del neorealismo: attori non professionisti, prevalenza dell’immediato, libertà del movimento. Una realtà improvvisata dagli attori costituisce un tipo di scrittura antiletteraria per eccellenza, tutta affidata al caso, all’estro spontaneo e imprevedibile. E se Pavese, Sciascia, Jovine, Vittorini , Moravia – che abbandonato l’ambiente borghese ed intellettuale per abbracciare quello popolare o contadino, scelse la rappresentazione diretta, realistica impegnata della realtà (La romana, Racconti romani, e La ciociara),- adoperano uno sperimentalismo linguistico da cui emerge la caratterizzazione dell’umanità narrata, così anche Visconti adotta per i suoi personaggi la naturalezza e la spontaneità dell’inflessione dialettale.
Il Neorealismo postulava che l’oggetto narrato potesse apparire anche insignificante; che le cose potessero giungere a dire altro da ciò che emerge dalla loro immediata presenza: ” la realtà prima è quella che appare immediatamente, la realtà seconda è ciò che le sta nascosto dietro”. Ma soprattutto sul piano stilistico si avvertono le novità: la camera analizza il mondo con un nuovo atteggiamento: lo illumina in un gioco di chiaro- scuri, che danno alle cose una maggiore autenticità. Anche Rossellini tendeva ad allontanarsi dalle indicazioni, pur vaghe, della sceneggiatura, per procedere secondo le intuizioni del momento. Esempio, forse, di inconciliabilità tra parola e immagine, Rossellini lasciava che la macchina da presa scivolasse dietro i personaggi, svincolati da qualsiasi legame.Elemento questo, postulato dal teorico più esemplare nel periodo, Zavattini, che reduce da un lungo periodo di attività letteraria, prescinde da ogni prestito letterario, complice solo la macchina da presa intesa come volontà di rivelare ciò che resta nascosto sotto la superficie delle cose. Ma il neorealismo mostrava in realtà un’anima duplice che se da una parte rifiutava lo stretto legame con il linguaggio scritto dall’altra trovava in esso la sua ragion d’essere. E La realizzazione quasi contemporanea di due fra i massimi capolavori di questi anni Ladri di biciclette e La terra trema mise esplicitamente in luce come l’inconciliabilità fra letteratura e cinema fosse solo apparente. All’impegno di scoprire il mondo ‘oltre’ la parola parteciparono, dunque molti registi: Visconti (Ossessione, La terra trema), De Sica ( Ladri di biciclette, Miracolo a Milano, La ciociara), Antonioni (Le amiche), e ancora Mario Soldati, e Alberto Lattuada (Il delitto di Giovanni Episcopo, Il mulino del Po), per i quali il romanzo fu certamente una immancabile molla d’ispirazione. Alla triade esemplare tra i massimi esponenti del neorealismo letterario (Fenoglio-Jovine-Vittorini), potremmo contrapporre la triade dei maggiori ‘neorealisti’ del cinema (Visconti-Rossellini-De Sica). L’amore di De Sica per i suoi personaggi diventa ‘pietas’ con connotazioni velatamente cristiane in Ladri di biciclette e Umberto D. segue<<
© Donatella R

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Una prima osservazione può riguardare la particolare connotazione del “monologo interiore” nell’opera di Italo Svevo. Se conveniamo che a partire dalla Coscienza di Zeno l’opera di Svevo si connota fondamentalmente come un nevrotico agglomerato monologante, come un costante ed ineliminabile flusso diagnostico che non prevede alternative, si dovrà anche constatare l’avvenuto superamento della
“ambiguità” di tipo pirandelliano; alle spalle è definitivamente lasciata la tecnica contrappositiva, in quanto è definitivamente risolto il dualismo attore-personaggio che aveva tormentato Pirandello lungo tutto il corso della sua attività. Il “doppio” non esiste più, sostituito com’è dalla perfetta aderenza tra maschera e volto, tra realtà e spazio della coscienza. Ne consegue che il modulo monologante subisca – ed era inevitabile – una profonda trasformazione. Se ne rese conto molti anni fa Giacomo Devoto, quando parlando del rapporto tra indiretto libero e discorso diretto affermava che per Svevo la differenza non esisteva più in quanto il discorso diretto era solo apparente, trasformato com’era nella ‘traduzione in forma diretta di pensieri che all’analisi di Svevo non apparivano ormai se non intellettualizzati, allungati e sciolti nei loro elementi costitutivi’. Continua a leggere
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La discoteca era grandissima;
dal portoncino dove sostavano i buttafuori, in fondo a un piccolo corridoio si apriva una sala immensa che si intravedeva già attraverso due pesanti tende un po’ barocche.
Al centro c’era la pista da ballo, accanto qualche poltroncina e ai lati, sotto le balconate, tavolini e vecchi divanetti di velluto consumato, destinati forse alla chiacchiera o forse alla privacy delle coppiette…
Le balconate limitavano il secondo piano della discoteca: erano in uno stile un po’ saloon e contornavano la grande sala ricoprendone tutto il perimetro; vi si saliva attraverso strette scalette in legno, sopra c’erano tavolini per bere una coca-cola (non erano ancora tempi da superalcolici, anche se non era vietata la vendita ai minorenni), ci si affacciava dal parapetto in legno, magari con il bicchiere in mano per non sembrare impacciati e si guardava la gente ballare, sfrenata e sudata e intanto la testa esplodeva ubriaca di Dance Hall Days di Wang Chung.
Le luci rimbalzavano da una parete all’altra e giravano in un vortice di puntini bianchi tra i visi accaldati;
attraverso le luci psichedeliche volavano braccia impazzite, l’aria era satura mentre Cheri Cheri Lady dei Modern Talking tuonava nelle vene in un’unica pulsazione.
Subito dopo Tarzan Boy dei Baltimora trascinava quella massa infuocata di ragazzi nel vortice di un disperato ma ancor sano oblio.
Era inverno e Lei per una volta aveva azzardato il suo look.
Non amava le gonne anche se quelle mini non le facevano poi tanto schifo, ma non amava metterle: Lei era una abituata ai maschi: in casa aveva un padre e due fratelli e, assuefatta ai pantaloni,
si sentiva diversa da tutte le sue amiche che appena un maschio si avvicinava si trasformavano in “donne”.
Era abituata a fare l’amicona dei maschi, quella con cui fare gli scherzi, a cui raccontare gli approcci sentimentali, la confidente a cui chiedere come comportarsi con una ragazza… e infatti aveva più amici maschi che femmine.
Quella serata era stata organizzata dagli amici del giro del (la libreria) Manzoni, anche se in realtà erano amici di suo fratello perché Lei non aveva il permesso di uscire la sera se non con il suo fratellone (più grande di solo 2 anni, ma agli occhi della famiglia, considerato appartenente a una specie più evoluta) …
Era carnevale, dunque doveva essere una serata in maschera… ma tanto non si sarebbe mascherato nessuno, quindi decise per una volta di mettersi quella minigonna nera che in realtà le stava proprio bene.
Qualche giorno prima sotto i portici al Manzoni era arrivato Lui, a sua volta fratello di uno del gruppo.
Si erano guardati e poi basta, ma da allora Lui non aveva smesso di farle il filo ed era tornato nei giorni seguenti sempre lì, al gruppo sotto i portici.
Le sue amiche la prendevano in giro: la chiamavano “Adrianaa!” perché Lui assomigliava incredibilmente al Rocky di Stallone, ma Lei ci rideva e in quelle chiacchiere cercava di imparare a trasformarsi in “donna” anche lei.
Quando di nascosto lo guardava non poteva far altro che pensare a quanto in realtà le piacesse, con quei suoi modi un po’ rudi, ma privi di finzione scenica d’approccio.
Lui sembrava uno vero, limpido come l’acqua, e poi con Lei si comportava in modo differente da come facevano gli altri:
i fratelli erano prepotenti e antipatici, il padre nevrastenico e sempre occupato e gli amici la consideravano un po’ la sorellona di tutti.
Lui no. Lui la guardava e la vedeva.
Le sorrideva, ed era attento… forse troppo per una abituata a badare a sé stessa… Ma come le piaceva!
Quella sera in discoteca era andato anche Lui, apposta, forse perché sperava di chiederglielo.
Lei faceva la tosta… ma la minigonna alla fine se l’era messa facendo risaltare le gambe tornite da diciassettenne.
Non era una che poteva permettersi tanto, però con la camicetta bianca e il gilettino nero, faceva la sua figura.
Lui le stava sempre accanto in mezzo alla discoteca.
A Lei non piaceva molto vedere ballare i ragazzi che a quell’età si agitavano con movenze sgraziate e cammelloidi, ma con Lui accanto, era in effetti proprio un’altra cosa.
Seguiva fluido il ritmo della musica e non si agitava scomposto, ogni suo movimento sembrava modulato e calibrato senza eccessi inutili. Quando la musica cambiò e il Dj mise Dolce Vita dei Survivor Lui le fece cenno verso le scalette di legno e la prese per mano.
Quella mano fu come quando Dio gridò alle acque di aprirsi al passaggio di Mosè e le acque si aprirono.
Il cuore le esplose in mille pezzi o semplicemente si spaccò in due parti e in mezzo il nulla.
Nulla da dire.
Nulla da rispondere.
Nulla da agire.
Quella presa stretta la rese mutaciecaesorda e in un istante si trovò sul divanetto della balconata superiore.
Soli Lei e Lui.
Dove erano quelle certezze che la rendevano così svelta con gli amici, così estroversa nel gruppo, così sicura di sé?
Era questo il punto. Lui a suo modo l’aveva capito, aveva intuito che Lei aveva un’anima nascosta, un carattere diverso da quello che ostentava.
Quelle poche volte che avevano parlato da soli, Lui l’aveva paragonata … ad un kiwi: pungente fuori, tenero, dolce e un po’ aspro dentro.
Qualsiasi ragazza si sarebbe offesa forse.
Ma quanta verità in quel rozzo paragone.
Lui in pochi giorni l’aveva capita come nessun altro in diciassette anni.
Seduti nel divanetto iniziarono a parlare chissà di cosa un p0′ timidi e un po’ titubanti;
Lei pensava alla figura che aveva fatto con le sue due amiche del cuore, dalla cui vista si era dileguata; si chiedeva cosa stessero pensando… avevano sicuramente capito che alla fine era capitolata tra le braccia di Rocky;
cercava di prepararsi qualche scusa per non dover dire che si era appartata con un ragazzo, pensava al fratello…
chissà cosa avrebbe raccontato alla madre…
ma poi i pensieri sfumarono e in un istante si trovò dentro le solide braccia di Lui che all’improvviso le si era incredibilmente avvicinato.
Lo vide piegato sulle sue labbra, non si mosse, si toccarono.
Lei istintivamente si strinse alle sue spalle, tutto il mondo intorno volava in un turbinio senza sosta, la musica era scomparsa: si sentiva solo il battito dei loro cuori giovani che si erano appena incontrati.
Pochi giorni. Da allora il mondo smise di girare.
a discoteca era grandisssima; dal portoncino dove sostavano i buttafuori, attraverso due pesanti tende un po’ barocche, dopo un piccolo corridoio si apriva una sala immensa. Al centro c’era la pista da ballo, accanto qualche poltroncina e ai lati, sotto le balconate, tavolini e vecchi divanetti di vellutino consumato erano destinati forse alla chiacchiera o forse alla privacy delle coppiette…Le balconate erano un secondo piano all’interno della discoteca: erano in uno stile un po’ saloon e si propagavano nella grande sala ricoprendone tutto il perimetro; vi si saliva attraverso strette scalette in legno per bere una coca-cola (non erano ancora tempi da superalcolici, anche se non ne era vietata la vendita ai minorenni), ci si affacciava dal parapetto in legno, magari con il bicchiere in mano per non sembrare impacciati, e si guardava la gente ballare, sfrenata e sudata e intanto la testa esplodeva ubriaca di Dance Hall Days di Wang Chung. Le luci rimbalzavano da una parete all’altra e giravano in un vortice di puntini bianchi tra i visi accaldati; attraverso le luci psichedeliche volavano braccia impazzite e l’aria era satura, mentre Cheri Cheri Lady dei Modern Talking tuonava nelle vene in un’unica pulsazione e subito dopo Tarzan Boy dei Baltimora trascinava quella massa infuocata di ragazzi nel vortice di un disperato ma ancor sano oblio.
Era inverno e Lei per una volta aveva azzardato il suo look. Continua a leggere
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