Archivi del mese: giugno 2013

C. Kavafis

La città è metafora di  di tutto ciò da cui ad un certo punto decidiamo di scappare, di allontanarci per cercare nuovi lidi e rompere con il passato …: ma il  passato da cui  fuggiamo, sarà dentro di noi  per sempre  incarnato nelle nostre ossa…. e la fuga resterà inutile.  

LA CITTA’

Hai detto: ” andrò in un’altra terra, andrò in un altro mare.

Ci sarà una città meglio di questa.

Ogni mio sforzo è una condanna scritta;

e il mio cuore è sepolto come un morto.

In questo marasma quanto durerà la mente?

Ovunque giro l’occhio, ovunque guardo

vedo le nere rovine della mia vita, qui

dove tanti anni ho trascorso, distrutto e sperperato”.

Nuove terre non troverai, non troverai altri mari.

Ti verrà dietro la città. Per le stesse strade

girerai. Negli stessi quartieri invecchierai;

e in queste case imbiancherai.

Finirai sempre in questa città. Verso altri luoghi- non sperare-

non c’é nave per te, non c’è altra via.

Come hai distrutto la tua vita qui

in questo piccolo rifugio

nel mondo intero l’hai perduta.

(da Le più belle poesie di Costantino Kavafis)

La poesia “La città” di Costantino Kavafis si offre come una riflessione densa e universale sul tema dell’ineluttabilità del passato e sulla nostra incapacità di sfuggire a ciò che realmente siamo. La città diventa una potente metafora dell’identità personale, del vissuto e delle scelte che ci definiscono, da cui non possiamo separarci, nemmeno attraversando mari o cercando terre lontane.

Il poeta, in un dialogo intimo e struggente con sé stesso, smonta l’illusione di un cambiamento radicale legato al semplice spostamento geografico. La voce lirica esprime il desiderio di fuggire da un luogo che percepisce come soffocante e carico di fallimenti – una città che, con le sue strade e i suoi quartieri, simboleggia il peso dei rimpianti, delle scelte sbagliate e del tempo perduto: Ovunque giro l’occhio, ovunque guardo/vedo le nere rovine della mia vita, qui/dove tanti anni ho trascorso, distrutto e sperperato.

Ma la risposta che emerge è disarmante nella sua crudezza: non esiste altra città che possa offrire una rinascita, perché il passato e le ferite interiori viaggiano con noi, ancorati nel profondo del nostro essere.

Kavafis tratteggia una visione esistenziale che riflette sull’impossibilità di separarsi dal sé interiore. Ogni nuova città diventa specchio di quella originaria, perché ciò che si cerca di lasciare alle spalle – i fallimenti, le disillusioni, il peso di una vita percepita come mal spesa – non è altro che una proiezione della propria anima. La vera prigione non è lo spazio fisico, ma l’incapacità di riconciliarsi con ciò che si è stati e con le scelte fatte.

Il tono è quasi lapidario, con frasi che risuonano come sentenze definitive: “Nuove terre non troverai, non troverai altri mari. Ti verrà dietro la città.” Questa ripetizione martellante sottolinea l’inutilità della fuga esteriore, poiché ogni cambiamento esterno si rivelerà vano senza una trasformazione interiore. L’autodistruzione, simboleggiata dalla città deteriorata, è vista come una colpa che l’individuo si porta ovunque, un fardello che trasforma ogni luogo in un riflesso della propria anima tormentata.

Il messaggio finale è amaro e potente: “Come hai distrutto la tua vita qui, in questo piccolo rifugio, nel mondo intero l’hai perduta.” L’idea di un’esistenza in cui il tempo e le azioni hanno scavato solchi profondi richiama alla mente il concetto di responsabilità personale. Non si può ricominciare altrove se non si è disposti a fare i conti con sé stessi, con la propria città interiore, i propri errori e i propri dolori.

Kavafis ci pone davanti a una verità spietata, ma anche profondamente umana: la fuga non è mai una soluzione se non siamo capaci di guardare dentro di noi e affrontare ciò che ci lega al passato. “La città” non è solo un luogo fisico, ma uno stato dell’anima, un rifugio o una prigione che ci accompagna ovunque, perché siamo noi stessi i costruttori del nostro destino.

Donatella R.

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Come si legge la poesia?

Come si legge una poesia? o meglio come si fa a capirla, a comprendere il significato di parole che a noi suonano così estranee, ma che sembrano così intime per chi le scrive?!!

Tutte le volte che leggiamo una poesia  lo facciamo con diffidenza, come se fosse un mostro da cui difendersi, una presenza che ci fa sentire piccoli e incapaci, inutili.

La poesia è un gigante, una forza della natura, ne leggiamo le parole, le lettere che le compongono e ne siamo sopraffatti: prima di tutto perché non riusciamo a coglierne il senso magico che  si attribuisce a quell’insieme di suoni, e poi perché pur riconoscendo la nostra madre lingua, non capiamo il significato degli accostamenti logici o i giochi linguistici che la creano.

Sì perché sono proprio i nodi della lingua che creano la poesia. Essa non è poi così lontana, non è  incomprensibile.  La poesia è l’espressione del nostro sentire: più la mia anima è percettiva più colgo le sfumature della realtà che mi circonda.

“Io metto una lente davanti al mio cuore per farlo vedere alla gente”

diceva Palazzeschi, come a dire: ‘metto una lente di ingrandimento per rendere visibile al mondo cosa c’è dentro la mia anima’. La poesia non è solo verso,  è semplicemente la parola che esprime un soffio di vita.

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Nazym Hikmet

E’ sera , è tardi, avevo voglia di leggere Hikmet per rimettere equilibrio alle cose storte della giornata….

Forse la mia ultima lettera Mehemet 1955                              (da Poesie sulla Morte)

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Non vivere su questa terra
come un inquilino
oppure in villeggiatura
nella natura
vivi in questo mondo
come se fosse la casa di tuo padre
credi al grano al mare alla terra
ma soprattutto all’uomo.
Ama la nuvola la macchina il libro
ma innanzitutto ama l’uomo.
Senti la tristezza
del ramo che si secca
del pianeta che si spegne
dell’animale infermo
ma innanzitutto la tristezza dell’uomo.

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La poesia secondo Giuseppe Ungaretti 1961

In una storica intervista il Poeta, ormai anziano, risponde alla domanda “Cos’è la poesia”.
Non si sa come avviene il miracolo della poesia…: “è una idea che arriva d’un tratto, dice il poeta, poi si scrive qualcosa… ma poi ritorna e tormenta e non va via, (…)   sono solo piccoli pensieri che alle volte escono subito pronti, alle volte impiegano mesi per essere scritti e non sono mai a posto: è musica che va dietro all’orecchio, ma cos’è poi quest’orecchio…? le parole vanno dietro al significato, al suono…insomma tutto deve finire con il combinare i vari elementi e dare la sensazione che si è espressa la poesia…”… che si è espressa l’anima….

Certo sappiamo tutti che Giuseppe Ungaretti  è sempre stato un uomo di …poche parole! Ma con il suo speciale modo di comunicare, ha spiegato che le parole di una poesia non sono altro che  una estrema materializzazione drammaticamente personale, della nostra anima.

(do.ritz)

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23 giugno 2013 · 22:46

VINCITORI PREMI DAVID 2012-2013 Premiazione

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http://www.corriere.it/spettacoli/13_giugno_14/david-donatello-cinema_0666b9ca-d537-11e2-afc2-77c7bab72214.shtml

VINCITORI PREMI DAVID 2012-2013
Premiazione 14 GIUGNO 2013 – RAI Studio Nomentano 5
MIGLIOR FILM
“LA MIGLIORE OFFERTA
prodotto da Isabella Cocuzza e Arturo Paglia per Paco Cinematografica
per la regia di Giuseppe Tornatore
MIGLIORE REGISTA
Giuseppe TORNATORE
“La migliore offerta”
MIGLIORE REGISTA ESORDIENTE
Leonardo DI COSTANZO
“L’intervallo”
MIGLIORE SCENEGGIATURA
Roberto ANDÓ, Angelo PASQUINI
“Viva la libertà”
MIGLIORE PRODUTTORE
Domenico PROCACCI
“Diaz”
MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA
Margherita BUY
“Viaggio sola”
MIGLIORE ATTORE PROTAGONISTA
Valerio MASTANDREA
“Gli equilibristi”
MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA
  Maya SANSA
“Bella addormentata” Continua a leggere

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L’INFINITO VIAGGIARE di Claudio Magris

19 giugno: a metà mattinata accendo la radio per aggiornarmi sulle prove d’esame uscite alla maturità e quasi contemporaneamnente su whatsapp comincia una esplosione di sms di alcuni miei ex alunni ormai usciti dalla scuola (ma ancora sensibili al trauma della maturità), che mi chiedono…”Prooof!!! ma chi è ‘sto Magris?!!”

… in realtà non è che si possa avere una conoscenza enciclopedica di tutti gli autori al mondo, sia delle epoche passate che contemporanei!!!…

Di Magris avevo sentito qualcosa soprattutto a proposito dei premi letterari, e avevo letto alcune recensioni… ma da qui a CONOSCERLO come saggista, scrittore , germanista, professore universitario, uomo politico…! No. Non ero davvero in grado di dare una risposta decisa…. dovevo immediatamente leggerlo!!

Magris, autore estremamente contemporaneo, nasce a Trieste nel 1939, si interessa prestissimo di letteratura tedesca e comincia a scrivere.

Danubio è il capolavoro con cui vince il Premio Bagutta nel 1986  e che lo innalza tra i più importanti scrittori contemporanei. Segue una serie di premi letterari (Premio Strega 1997 con Microcosmi), tantissimi scritti tra romanzi e saggi (L’Infinito viaggiare è del 2005) e una candidatura al Premio Nobel per la Letteratura nel 2007, poi assegnata a Doris Lessing. Continua a leggere

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IL NEOREALISMO TRA CINEMA E LETTERATURA 2

IL NEOREALISMO TRA CINEMA E LETTERATURA 2

PROPOSTE PER L’UTILIZZO DEL FILM NELLA DIDATTICA DELLA LETTERATURA.

La Ciociara.

Il film uscì tre anni dopo la pubblicazione del romanzo di Alberto Moravia che in realtà non aderì mai del tutto al  Neorealismo.

Se il romanzo di Moravia è la storia delle avventure di due donne, madre e figlia sfollate in viaggio sulle montagne laziali tra il ’43 e il ’44, nel film risalta soprattutto la descrizione di due atti di violenza, uno collettivo, la guerra;  l’altro individuale, lo stupro che cambieranno profondamente le due donne e il loro rapporto. Moravia esplora tale cambiamento: un prima e un dopo all’interno della narrazione, segnati da profondi risvolti psicologici, in un ambiente per lo più contadino caratterizzato, dal punto di vista linguistico dal tipico sperimentalismo linguistico del Neorealismo: concetti espressi in getto continuo, con una sintassi del parlato arricchita da espressioni gergali.

Come spesso accade il film prende le distanze dal romanzo, ma restano innumerevoli i punti di contatto tra le due opere.

Il romanzo viene raccontato dall’io narrante/testimone (Cesira), che narra i fatti con  semplicità e introducendo il lettore che scopre pian piano dai fatti stessi il carattere trasparente e   infantile dell’io -narrante.

Il film, invece  si apre   a dramma già iniziato: pochi gli elementi, ma sufficienti per la comprensione dei fatti preesistenti all’inizio della storia. Cesira e Rosetta sono nel negozio di alimentari,  improvvisamente cade una bomba sul quartiere romano e Rosetta  sviene.  Lo spettatore è immediatamente calato sulla realtà storica: Rosetta è sconvolta dalla guerra e Cesira, materna e affettuosa conforta la ragazza con la promessa che presto lasceranno Roma.

Osservando attentamente ogni atteggiamento e ogni particolare, emergono via via una serie di elementi che permettono l’identificazione con sempre maggiore precisione del personaggio Cesira, risalendo da esso al significato dell’opera.

Ciò che nel romanzo costituisce un pensiero intimo di Cesira, nel film viene esplicitato: spesso quelle riflessioni che per Moravia appartengono all’io del personaggio e vengono espresse con un discorso interiore, sono rimandate da De Sica alla parte intima della donna, ma anche alla sua parte più sofferente. Divengono frasi urlate in mezzo alla strada, sguaiatamente, perché il dolore non ha più argini che ne contengano l’esasperazione.

La caratterizzazione psicologica della protagonista si delinea ancor di più con gli altri personaggi:  momenti di intimità tra madre e figlia inseriti in un delicato rapporto  fatto di dolcezza, devozione, amore e delicatezza talvolta infantile, ma soprattutto uno smisurato amore materno sul quale si può dire, ruota il cambiamento, il mutamento della storia e dei fatti dal prima al poi.

Nella violenza di cui è oggetto la giovanissima figlia, Cesira vede  crollare i semplici, solidi valori, su cui ha modellato la propria esistenza: l’amore materno annulla il suo intimo dolore, poiché  anch’essa è stata vittima dello stupro. Ella è vittima doppiamente, come madre e come donna. Anche nel rapporto di amicizia con Michele, romanzo e film trovano un equilibrio di contenuti dal momento che con il suo parlare e pensare davanti all’uomo, Cesira si mostra e si apre al lettore-spettatore proprio nel suo essere donna, con i fremiti e le sensazioni di chi a lungo ha ripudiato l’amore.

L’aspetto psicologico del personaggio moraviano non diminuisce certamente  nella trasposizione cinematografica  di De Sica, dove  si manifesta  più che con i pensieri e le parole, con i fatti, la gestualità (gesti, sguardi, tono della voce, ecc.), e in particolare con la flessione dialettale.

Scrittore e regista seppure in tempi diversi, pur  con tipologie e linguaggi diversi hanno usufruito delle stesse tecniche di immediatezza per esprimere  lo stesso dolore.

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