La città è metafora di di tutto ciò da cui ad un certo punto decidiamo di scappare, di allontanarci per cercare nuovi lidi e rompere con il passato …: ma il passato da cui fuggiamo, sarà dentro di noi per sempre incarnato nelle nostre ossa…. e la fuga resterà inutile.
LA CITTA’
Hai detto: ” andrò in un’altra terra, andrò in un altro mare.
Ci sarà una città meglio di questa.
Ogni mio sforzo è una condanna scritta;
e il mio cuore è sepolto come un morto.
In questo marasma quanto durerà la mente?
Ovunque giro l’occhio, ovunque guardo
vedo le nere rovine della mia vita, qui
dove tanti anni ho trascorso, distrutto e sperperato”.
Nuove terre non troverai, non troverai altri mari.
Ti verrà dietro la città. Per le stesse strade
girerai. Negli stessi quartieri invecchierai;
e in queste case imbiancherai.
Finirai sempre in questa città. Verso altri luoghi- non sperare-
non c’é nave per te, non c’è altra via.
Come hai distrutto la tua vita qui
in questo piccolo rifugio
nel mondo intero l’hai perduta.
(da Le più belle poesie di Costantino Kavafis)
La poesia “La città” di Costantino Kavafis si offre come una riflessione densa e universale sul tema dell’ineluttabilità del passato e sulla nostra incapacità di sfuggire a ciò che realmente siamo. La città diventa una potente metafora dell’identità personale, del vissuto e delle scelte che ci definiscono, da cui non possiamo separarci, nemmeno attraversando mari o cercando terre lontane.
Il poeta, in un dialogo intimo e struggente con sé stesso, smonta l’illusione di un cambiamento radicale legato al semplice spostamento geografico. La voce lirica esprime il desiderio di fuggire da un luogo che percepisce come soffocante e carico di fallimenti – una città che, con le sue strade e i suoi quartieri, simboleggia il peso dei rimpianti, delle scelte sbagliate e del tempo perduto: Ovunque giro l’occhio, ovunque guardo/vedo le nere rovine della mia vita, qui/dove tanti anni ho trascorso, distrutto e sperperato.
Ma la risposta che emerge è disarmante nella sua crudezza: non esiste altra città che possa offrire una rinascita, perché il passato e le ferite interiori viaggiano con noi, ancorati nel profondo del nostro essere.
Kavafis tratteggia una visione esistenziale che riflette sull’impossibilità di separarsi dal sé interiore. Ogni nuova città diventa specchio di quella originaria, perché ciò che si cerca di lasciare alle spalle – i fallimenti, le disillusioni, il peso di una vita percepita come mal spesa – non è altro che una proiezione della propria anima. La vera prigione non è lo spazio fisico, ma l’incapacità di riconciliarsi con ciò che si è stati e con le scelte fatte.
Il tono è quasi lapidario, con frasi che risuonano come sentenze definitive: “Nuove terre non troverai, non troverai altri mari. Ti verrà dietro la città.” Questa ripetizione martellante sottolinea l’inutilità della fuga esteriore, poiché ogni cambiamento esterno si rivelerà vano senza una trasformazione interiore. L’autodistruzione, simboleggiata dalla città deteriorata, è vista come una colpa che l’individuo si porta ovunque, un fardello che trasforma ogni luogo in un riflesso della propria anima tormentata.
Il messaggio finale è amaro e potente: “Come hai distrutto la tua vita qui, in questo piccolo rifugio, nel mondo intero l’hai perduta.” L’idea di un’esistenza in cui il tempo e le azioni hanno scavato solchi profondi richiama alla mente il concetto di responsabilità personale. Non si può ricominciare altrove se non si è disposti a fare i conti con sé stessi, con la propria città interiore, i propri errori e i propri dolori.
Kavafis ci pone davanti a una verità spietata, ma anche profondamente umana: la fuga non è mai una soluzione se non siamo capaci di guardare dentro di noi e affrontare ciò che ci lega al passato. “La città” non è solo un luogo fisico, ma uno stato dell’anima, un rifugio o una prigione che ci accompagna ovunque, perché siamo noi stessi i costruttori del nostro destino.
Donatella R.



