In questa poesia, che da il titolo alla raccolta omonima (1950) pubblicata postuma con il titolo di “poesie del disamore”, P. abbandona la poesia-racconto per ritornare all’idea tradizionale della poesia come canto, cui è affidato il compito di esprimere liricamente il dolore della passione amorosa. Nella raccolta pubblicata precedentemente (la terra e la morte 1945-1946) la donna era stata ossessivamente indicata con immagini mitico-simboliche, legate alla terra ed agli elementi naturali (il mare, le stagioni, la collina, le pietre ecc.), ora la donna non incarna più gli attributi della natura, ma è la morte stessa a recare su di sé , come ultima traccia, gli occhi della persona amata. Non resta altro di un rapporto sempre più labile con la vita, destinato a non trovare più espressioni (v. 7 un grido taciuto), a cancellarsi e a scomparire nel “silenzio” : vv.19 “scenderemo nel gorgo muti”. L’immagine dell’abisso porta con se i fantasmi dell’esistenza, coincide con la perdita di ogni illusione e il definitivo distacco. Il ripiegamento esistenziale, l’accostamento tematico “amore – morte” comporta un ritorno alla tradizione sia per quanto riguarda la misura regolare dei versi (2 strofe di novenari) sia a proposito di luoghi specifici v.1 ) e di stampo profetico anche se la profezia sarebbe priva di contenuti positivi. Il motivo dominante degli “occhi “ è caratteristico della poesia petrarchista così come “vana parola “ v.6 .leopardiana è l’invocazione “o cara speranza” v.10 (cfr. “cara compagna dell’età mia nova” – “anche peria fra poco / la speranza mia dolce”), che si intreccia alla “vita” e al “nulla”. Si noti inoltre il chiasmo v 12. : verrà la morte //questa morte. Climax ascendente nei vv.-5 “dal mattino ….vizio assurdo. Da notare come nei versi 6-7 la parola inutilmente detta più gravemente e pesantemente smorzato sul nascere fino a divenire e rimanere per sempre totale silenzio. Importante è la chiusura della strofa data dal termine” nulla” che intima forzatamente un prolungato silenzio espressivo.
Parallelamente si confronti vv.1-2 :”per tutti la morte è un volto ma per me l morte verrà ed avrà il tuo volto.
V.18 similitudine “come ascoltare …chiuso” , come ascoltare una bocca che non emette suoni. Scenderemo nel gorgo impossibilitati a riemergere (anafora) Verrà la morte …. (1950) è insieme a la luna… (1950), l’ultima opera di P. che proprio nell’agosto 1950 si uccide. L’opera di P. risulta intimamene collegata a questa sofferta vicenda umana ed intellettuale perché in essa affondano le radici di un ispirazione particolarmente problematica e complessa. Fin dall’inizio dei suoi interessi lett. P. sembra voler ripercorrere sentieri meno battuti non solo per un gusto giovanile di provocazione anticonformista, ma nel difficile tentativo di adeguare le sue capacità espressive alle urgenze delle sollecitazioni interiori. Né “il mestiere di poeta egli dichiara di aver concepito come un racconto, dal momento che sentiva molto da dire e di non doversi fermare ad una ragione musicale dei suoi versi dovendone soddisfare una logica. Di qui il tentativo di costruire un particolare tipo di poesia – racconto che, rifiutando ogni chiusura all’interno dell’ io , si apra verso l’esterno stabilendo un più ampio rapporto di comunicazione con i lettori. L’impianto narrativo di tali poesie si basa su un verso lungo, superiore all’endecasillabo che si sforza di collegare l’autonomia del soggetto poetante alla realtà delle cose, attribuendo alle immagini – racconto una peculiare e tangibile consistenza. Nell’ultima e breve raccolta di poesie del 50 come stato accennato, P. abbandona questa tipologia poetica per tornare ad un’idea di poesia tradizionale. Il verso si accorcia, quanto basta per essere incisivo e decisivo come il suo dolore e la sua solitudine. Pungenti e dolorosi, cupi e violenti sono i suoi sentimenti dopo l’ultima sua ” vana “ passione sentimentale per un’attrice americana: così i versi che ne testimoniano l’atroce sofferenza che inesorabilmente lo porteranno al suicidio.
© Donatella R

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